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venerdì 5 gennaio 2018

Il giorno delle cazètte



Oggi è l'Epifania un giorno importante, dei  doni e delle caramelle,  della cenere e del carbone, il giorno dei buoni o cattivi e a deciderlo è la Befana o meglio le sue calze, le cazètte.

Sin da quando hanno cominciato a far parte del nostro abbigliamento le calze hanno sempre fatto la differenza, quella tra ricchi e poveri.
Intorno al diciassettesimo secolo, quando nell'aristocrazia spagnola si diffuse la moda di indossare lunghe calze di seta che fasciavano e abbellivano le gambe.
Ben presto la curiosità e la voglia di indossare le calze contagiò le donne della media e piccola borghesia, che però non potevano permettersele.
Fu cosí che  a quanto pare, l'ingegno Napoletano inventò le "mezze calze", ossia calze che  avevano solo la parte inferiore in seta e il resto era di semplice cotone, che, però,  restava nascosto nella lunghezza delle gonne. Queste calze erano molto piú accessibili e potevano soddisfare il vezzo di tutti, ma l'aristocrazia non approvò la vanità della borghesia che voleva apparire quello che non era definendoli sprezzantemente  " mezze calzette ", espressione che ancora oggi indica metaforicamente persone presuntuose e arroganti di scarso valore e competenza.
Ma l'inconveniente per chi indossava le mezze calze non era solo questo.

Mentre le calze di seta ederivano perfettamente rimanendo ben adese alle gambe, le mezze calze avevano la parte superiore, di cotone, che tendeva a scendere, costringendo chi le indossava a tirarle su continuamente. I borghesi trasformarono quel gesto necessario in un vezzo che gli permetteva di darsi delle arie, di mantenere le distanze, di farsi pregare eccessivamente prima di cedere alle richieste fatte loro dal popolino che, di contro, li additava dicendo: Vìde vì, come se tire a cazètte!
 
Oggi anche se le gonne si sono accorciate le mezze calzette ci sono ancora, anzi, sono aumentate e continuiamo a tirarcele.
Buona Befana a tutti!

mercoledì 28 giugno 2017

Cu ccè sse mète? ... Cu 'a fòrbece!

A volte la testardaggine e l'orgoglio inducono a sbagliare, sapendo di sbagliare, continuando a sbagliare, pur di non ammetterlo,.
Quando siamo di fronte ad una persona cocciuta che non sente ragioni, noi tarantini diciamo:
" Cu ccè sse mète? 
cu 'a fòrbece! "
una locuzione che ha origine da una storiella che non tutti conoscono:
Stàve nà vote...
Una coppia di contadini: zìu Ballòi, uomo molto orgoglioso, sposato con zia Torìcca, donna cocciuta come come pochi.
Una calda mattina di giugno si alzarono all'alba per recarsi a mietere nei campi. Zìu Ballòi prese la falce, zia Torìcca un paio di forbici. Arrivati al campo cominciarono a lavorare e zìu Ballòi accortosi che la moglie tagliava le spighe con le forbici le disse: 
 <Torì, come stè tagghie 'u grane?> 
e lei pronta: < cu 'a fòrbece!> 
e lui stizzito: < Cu 'a foce se mète! > 
e lei impassibile: < Nossignore, cu 'a fòrbece!
Continuarono così fino a sera, lui che, con lui che ribadiva l'uso della falce e lei che persisteva nell'uso delle forbici.
Finito il lavoro Ziu Ballòi non si capacitava di non essere riuscito a convincere la moglie ad usare la falce. Infuriato prese la moglie per un braccio e la trascinò al pozzo dove le chiese per l'ennesima volta: < Cu ccè sse mète? >, e lei sprezzante: < Cu 'a fòrbece! >.
Ziu Balloi la calò nel pozzo, dove Toricca cominciò ad annaspare.
<Torìcca, cu ccè sse mète?> le domandò per l'ultima volta Ziu Balloi, allora Torìcca, che sommersa dall'acqua non poteva parlare, allungò il braccio fuori dall'acqua e con l'indice e il medio fece il gesto delle forbici.
A quel punto Ziu Balloi mollò la corda e se ne andò lasciandola annegare!

E pure stavòte v'hagghie ditte 'u fatte!





  


venerdì 31 marzo 2017

Una volta non c'era...

... 2^ parte 

Una volta non c'era....  la stanza da bagno.

Cosa per noi impensabile, ma era così ed era così per tutti, ricchi e poveri.
A corredo delle stanze da letto c'erano oggetti per l'igiene personale:
La brocca per l'acqua e il catino ('u vacìle) per lavarsi, il pitale ('u renàle) e il cantaro ('u prìse) per i bisogni fisiologici notturni.





















Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo" così racconta della "stanza dei pitali" adibita per la festa a palazzo Salina

"Le loro visite a una cameretta trascurata, a livello della loggia dell’orchestra, si facevano più frequenti: in essa era disposta in bell’ordine una ventina di vasti pitali, a quell’ora quasi tutti colmi, alcuni sciabordanti per terra."











Questa l'immagine corrispondente immortalata da Luchino Visconti nell'omonimo film.

Gabriel Garcìa Marquez - in  "Cent'anni di solitudine" ci parla di una stanza "dei settantadue pitali" - comprati da Mame quando invita a casa le compagne di collegio - in cui rimarrà intrappolato lo spirito di Melqìades.

Una volta non c'era neanche la rete fognaria ...
I "vasi da notte" venivano svuotati  in modi diversi a seconda del luogo:
- in campagna, dentro fossi ('u rummate) poco distanti dall'abitazione;
- a mare, i portoni avevano dei fori (le scettarùle) con lo sbocco al mare.

Nelle zone interne, che non avevano queste possibilità si utilizzava il servizio "d'a carrizze", ossia di un carrobotte trainato da un asinello, che passava tra i vicoli dove lo attendevano per svuotare i pitali.

Nel periodo di Ferdinando di Borbone che i pitali venivano chiamati "zìpeppe" anche chi svolgeva il lavoro di "carrizzàre" veniva chiamato allo stesso modo.
Si trattava di poveretti che facevano questo lavoro per campare e spesso non avevano abbastanza cibo per sfamare il povero animale che spesso era malandato tanto che, per indicare una persona con molti acciacchi, si usa il detto:
" pare 'u ciucce de zìpeppe, cu 99 male e 'a cota fràcete"

Ma a tal proposito esiste anche nu cùnde:
 
"Zipeppe aveva un asinello tanto malandato che decise di venderlo e comprarsi un asino più giovane e sano. Si recò a Martina e mentre girava per la fiera riconobbe un raglio, si girò e vide il suo vecchio asinello che, pulito rifocillato e bardato a dovere era in fiera in cerca di un nuovo padrone. Contento di vederlo gli si avvicinò, lo accarezzò e gli sussurrò all'orecchio:
<Fatt'accattà da cì no' te canòsce!>...


Frase  che i tarantini usano per indicare chi, come il fantomatico ciuccio, millantano capacità che non hanno.

Con l'avvicinari dell'undici giugno, di ciucci di Zipeppe bardati e raglianti ne vedremo e ne sentiremo tanti..... e a tutti vorrei gridare:
 Facìtev'accattà da cì no' ve canòsce!!!



 






mercoledì 29 marzo 2017

Re, caffè e pitali

La pubblicità di un caffè utilizza l'immagine di un Re, Ferdinando IV di Borbone, soprannominato "Re lazzarone", perchè "non aveva i modi" e preferiva la compagnia dei "lazzari" ( i giovani dei ceti popolari) che nel 1799 durante l'insurrezione repubblicana che infiammò anche il Regno di Napoli, sulla scia della rivoluzione francese,  si schierarono a difesa dei Borbone.
Furono "i lazzari" ad affibbiargli il nomignolo di "Re nasone" per la caratteristica fisica che non passava inosservata.
La nobiltà giudicava i suoi atteggiamenti poco consoni ad un monarca.

La storia è piena di aneddoti, più o meno veri, riguardanti la scarsa diplomazia e la poca urbanità del Sovrano e legano il suo nome al "vaso da notte"  o "pitale" o "cantaro" che dir si voglia, a quei tempi oggetto di uso comune e quotidiano che  il popolino, per sbeffeggiare i potenti poco amati,
chiamava " 'u papa ", " 'u monzignore"  - pare  in onore di Monsignor Capecelatro che, schierandosi con i napoleonici,  tradì i borboni inimicandosi il popolo.
Fu usato anche l'appellativo  " 'u zìpeppe "  -  riconducibile proprio al Re Ferdinando di Borbone - associazione evidenziata anche nella pubblicità, vista la forma della tazzina ...





Ma perchè questa associazione?


Ferdinando di Borbone, divenne Re a soli 8 anni e si dice che usasse ricevere i suoi sudditi rimanendo seduti sul cantaro. A 17 anni, per ragioni di Stato, sposò Maria Carolina d'Asburgo.
Si racconta che dopo il matrimonio ebbe la visita del cognato Giuseppe, che diventerà imperatore d’Asburgo e Lorena, il quale, per rimarcare "la stima" che aveva  nei confronti del marito della sorella, gli portò in regalo  un pregiato  vaso da notte, così descritto:

                “Racchiuso in lignee colonne con ante che si aprivano al di sotto di 
                  un capitello in stile barocco su cui venivano sistemate in bella mostra 
                  delle piante dalle cascanti foglie.”

Re Ferdinando per apprezzamento, lo collocò nella Sala Ambasciatori del suo appartamento privato e ricambiando " la cortesia" gli dette il nome di  “Zi’ Peppe” - dove Zi' sta per "signor" e Peppe  diminutivo di Giuseppe, in onore del cognato.

La popolarità del Re contribuì alla rapida divulgazione dell'aneddoto e del "nuovo nomignolo"che venne usato dal popolo per indicare il sovrano, che per la sua proverbiale indolenza era già poco stimato, a cui avevano dedicato un sonetto canzonatorio:
"Ferdinando sta in panciolle
sopra il letto con le molle.
Ha tre pulci sulla pancia:
una balla, una vola,
una spara la pistola" 

Ma non finisce qui, lo storico Ignazio Nigrelli raccontò un’altra storia di cànteri, per la quale invece  Re Ferdinando non si divertì affatto:

"Nel 1820  obbligato, assieme alla consorte, ad un lungo e faticoso viaggio in carrozza nell’entroterra siciliano, territorio pieno di repubblicani che lo odiavano. 
A Caltagirone fu accolto dalle Autorità che consegnarono pubblicamente e solennemente alla coppia reale un dono di artigianato locale: due enormi e vistosissimi "zi’ peppi".
Re Ferdinando - dopo aver ringraziato a denti strettissimi - in privato s’imbufalì scrivendo: 

<Questi perfidi repubblicani due càntari m’hanno donato!>
 Avendo colto perfettamente il sottile e trasversale messaggio d’invito: 

<‘O Re, ma va’ a…> !!!


                                                                                                      ... fine 1^ parte
                                                                                                      ma non finisce qui --->





venerdì 26 agosto 2016

'U Marchese arrive na vota 'u mese



Da un paio di mesi trasmettono una pubblicità che ha immediatamente suscitato perplessità.
Si, parlo di questa:

Cosa vuol dire “ a prova di uomo” ?!?  
E’ un apprezzamento, un insulto o cosa ?!? 
e soprattutto: per chi ?!? 

Ho chiesto a mia madre, 75enne con la licenza elementare, cosa ne pensasse, mi ha risposto: 
< E’ urtànde! >


Geniale! E’ proprio questo il termine giusto, una sola parola che risponde a tutte le domande che vengono in mente guardando quella pubblicità. 

E’ URTANTE!

Urta quel vezzo tutto femminile di “non dire” quello che si deve dire.
Quel pudore che persiste nel tempo e impedisce di usare il termine scientifico che definisce quello che ogni mese affligge le donne, usando sempre termini vecchi e nuovi per sostituirlo e renderlo meno imbarazzante.
Così   le donne nel tempo hanno dato vita ad un linguaggio popolare in cui si riflettono usi, costumi, norme sociali, perché ci sono cose per cui vale il  si fa, ma non si dice” e cose che “non si dicono” e basta, chè  La parola è d'argento ma il silenzio è d'oro.


Gli eufemismi più usati sono:
“ le mie cose",  le regole”, “gli ospiti” , “le visite” , “ i russi” , “i lavori”  , "il ciclo" …..


Certo fanno sorridere ma sono il giusto compromesso per sciogliere la tensione tra la voglia di parlarne e l’imbarazzo nel farlo.
 
Se le mamme sorprendono, le nonne rimangono fantastiche. 

 Per dire che una bambina “ era diventata signorina” dicevano: “Ha ‘rruzzulàte le scale” ?!?

Mentre, l’appuntamento mensile  era
‘U marchese... 
e ...avène na vota 'u mese "
Probabilmente perché i marchesi, nelle occasioni importanti, usavano indossare giacche rosse.
Ma anche perché prima che si inventassero gli assorbenti, si usavano " pezze" o meglio "le pannicijdde"  (i pannicelli)
Ogni corredo degno di questo nome, doveva avere dei fazzoletti di cotone o di lino debitamente rifiniti con punto a giorno e orlati con merletto, tanto da sembrare fazzolettini, simili a quelli che i nobili usavano portare al taschino...impregnati di profumo.


Per tale motivo, quando da un balcone si vedevano " le pannicijdde" stesi in fila ad asciugare, il commento era:
"Vìde vì..... a cummare ha fatte 'u cate d'u marchese! ".

A contrario di quanto si possa pensare, la definizione di “Marchese” travalica i confini provinciali, regionali e temporali, tanto che nella prima edizione del Dizionario  della Crusca del 1612, riporta “marchese” e cita un cavalleresco verso di Francesco Berni (149779 – 1537)
“Un’eccellenza del Signor Marchese, eterno onor del femmineo sesso”

Ma la nonna usava anche un termine più tecnico –“ è indisposta! ”

Non aveva alcun significato medico, ma indicava il lato positivo di  questa “scocciatura mensile”.
Credenza popolare, infatti, vuole che “in quei giorni”  le donne devono evitare di fare buona parte delle incombenze domestiche perchè:
Il pane non lievita, le conserve vanno a male, la crema non si addensa, la maionese impazzisce, la panna non monta…
se tocchi il ferro si arrugginisce, se tocchi uno specchio si appanna, se tocchi le piante seccano, se tocchi la botte con il vino nuovo, diventerà aceto…

Sarà vero? Chissà! 

Vero è che questo argomento è stato trattato, e in modo sublime nella letteratura

 nell’800 Giacomo Leopardi così ne parla:

< seggiole canapè, sgabelli e mense
Letti ed ogni altro arnese, adorneranno
Di lor menstrua beltà gli appartamenti >


Dumas nella "La Signora delle Camelie" - descrive che la protagonista, per segnalare la sua disponibilità usava indossare una camelia bianca per 25 giorni al mese e una camelia rossa quando era indisposta: 

< ‘e nessuno capisce perché’ > - 
scriveva, ma lui capiva benissimo.
 




Finisco qui, compiaciuta di:
essere riuscita a dire quel che volevo dire senza dire quel che non si deve dire!