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domenica 5 gennaio 2014

Le nove vocche.

E dopo Natale e Capodanno siamo giunti all'Epifania che conclude il ciclo festivo avvolgendoci nel mistero di amorevoli fate e malefiche streghe che cavalcano scope volanti, muri di ricotta e animali parlanti che comunque non bisogna vedere, pena cattivi auspici e tristi venture. 
Realtà o fantasia? Mah! …. Nel dubbio meglio dormire, ma ….. prima di andare a letto meglio rispettare la vecchia tradizione di chiudere  “le nove vòcche”…  ossia cenare con nove portate.

 Certo oggi è facile dire: e che ci vuole?... 

Pasca Befanìa tutte le feste porta via!
... e si festeggia con l’ultimo cenone del periodo tra: 
antipasti di mare e di terra, primi mare e monti, secondi carne e pesce, contorni dolci e salati, frutta fresca e secca, dolci, caffè, ammazzacaffè 
….. dobbiamo eliminare qualcosa per mangiarne “solo” nove! 

Ma in periodi in cui si faceva fatica ad organizzare nello stesso giorno un pranzo e una cena, le nove portate erano sostituite da nove cose da mangiare. 
Prodotti del periodo come:
lampasciune rrustute, accio, finucchie, marange, manderine…
ma anche cose che si conservavano durante tutto l’anno per consumarle poi in occasione della vigilia dell'epifania:
marangiàne e scarcioppele sott’olio, diaulicchie salate, cipodde all'acite, pummedore a pennulare, uva cornele, sete, castagne d’u prevete, fiche cucchiate, uve au spirete...

Tutto serviva a fare numero.

Oggi come ieri la domanda costante durante la cena della Befana è:  ame ‘rrevàte a nove? – 
quello che cambia è il seguito: 
mentre ieri era: ca nonge m'agghie 'bbinchiate (?)
oggi invece è:  ca nonge a fazze cchiù (!!!)





martedì 31 dicembre 2013

L'urteme cunsiglie.

L'urteme giurne de l'anne
sciame tutte scappanne e fuscenne
ma nu vecchie muttette nuestre 
diceva: Pe' San Silvestre
no' se fatije e no' se tesse,
no se mette file all'aghe
e manche pettenesse 'ncape.



*Buona fine  e Miglior principio a tutti*

mercoledì 25 dicembre 2013

Natale d'u puveriedde


Oggi è Natale e ognuno festeggia come può, spesso dimenticando che c'e anche chi non può festeggiare in nessun modo. 
A me piace ricordarlo con una poesia che recitava sempre mio nonno:

 
Osce è Natale e Sante Ggiuste
è rrevate la nascita de Criste,
a ci s'ha fatte la vesta a ci lu sciuppe
e jie voche alla scazate come a Criste;
ci s'ha mangiate a carne e ci l'arruste
e jie c'u benochele l'agghie viste;
vulè passave sotte de le furche 
ma no n'otre Natale come a quiste.


AUGURI



venerdì 7 dicembre 2012

Le Bannìste



Ormai, l’aria del Natale si respira ovunque, strade e negozi addobbati con festoni e luminarie. In ogni casa è spuntato l’alberello e in alcune anche  il presepe. L’odore di olio fritto, zucchero e miele invade ogni vicolo. Pettole, sannacchiudde e purcedduzze, bandiscono le tavole.
Ma anche se non ci fosse tutto questo, l’aria del Natale ossigenerebbe ugualmente i nostri cuori, perché viaggia sul pentagramma con le note delle nostre amate pastorali che svegliano la città in questi giorni, facendo da colonna sonora all’alba festiva.
La banda a Taranto è la componente primaria dei riti e delle tradizioni natalizie e pasquali, senza la banda non è festa. E’ la banda a riproporre questa musica antica che ci regala una gioia sempre nuova e benchè “la musica è sempre la stessa”,  ogni anno sentiamo la nostalgia di riascoltarla, per riscoprire ogni volta una nuova emozione. Quelle note, sempre le stesse e uguali per tutti, sembrano avere il dono di cambiare per ognuno di noi, assurdo! ma forse forse è così…
Sono note che si caricano delle gioie, dei dolori ma soprattutto delle speranze di ognuno di noi, e a rendere possibile questo piccolo grande miracolo sono loro... le bannìste.
Far parte della banda era un ruolo di prestigio, chi ne aveva la possibilità faceva a gara per poter suonare nella banda …le tammùrre, a grancàsce o “semplicemente” le tattazzìnne e proprio l’importanza di questi riti ha dato alle bannìste gloria e fama… ma purtroppo anche tanta fame, si proprio fame, perchè per ironia della sorte, proprio loro che suonavano, di “moneta sonante” ne sentivano ben poca. Si trattava di un lavoro “occasionalmente popolareligioso” che non garantiva lauti proventi, e a tal proposito anche per loro la saggezza popolare ha coniato dei proverbi come:

Le bannìste,  p’a fame perdene a vìste
che non ha bisogno di commenti,  ma c’è un proverbio che meglio si addice alla condizione del bandista nel contesto della realtà tarantina:

Le bannìste campàne sotte a Criste, e quanne finisce a fèste vònne a solde a ‘mbrièste.
Per questa sua peculiarità, nella maggior parte dei casi quello d’u bannìste era …“il secondo lavoro o il “dopo lavoro” dei maestri artigiani, amanti della musica ma dilettanti dello spartito.
A fine giornata e nei giorni liberi dagli impegni lavorativi, si riunivano in qualche rimessa o scantinato, messi a disposizione da qualcuno di loro che ne aveva la disponibilità, e  guidati da un maestro, provavano le varie composizioni da eseguire orgogliosamente nei giorni di festa.
L’importanza che i riti natalizi e pasquali hanno per i tarantini,  è nota, ma altrettanto forte è l’attaccamento dei tarantini verso le bande.
All’inizio era il suono delle zampogne dei pastori che scendevano dalle montagne per portare le loro greggi a pascolare nelle nostre campagne. Loro suonavano le loro nenie per le vie della città, elemosinando un tozzo di pane,  e i tarantini non negavano loro un pasto caldo consumato al calore d’a frascère. Poi a Taranto gli zampognari non sono scesi più,  ma la tradizione di accompagnare le feste con la colonna sonora delle loro pastorali è rimasta, grazie a musicisti come il maestro  Giovanni Ippolito che nel 1870 compose la prima pastorale tarantina,  seguito negli anni successivi da altri compositori come Francesco De Benedictis, Giacomo Lacerenza , Francesco Battista, Domenico Colucci, E. Vernaglione, D.N. La Tagliata, D. Minniti, Vittorio Manente ( dal titolo “Ninna nanna  a Gesù Bambino”), Vincenzo Simonetti  (dal titolo “Il Messia a Bethlemme” ) Giuseppe Gregucci  ( intitolate “Aurore natalizie” e “Santa Cecilia”) e altri come Nino La Nave, Michele Ventrelli, Carlo Carducci.
Ad oggi le pastorali sono più di venti e vengono eseguite dai complessi bandistici più famosi:
- la banda “Santa Cecilia” del maestro Giuseppe Gregucci,
- la banda “G. Paisiello” del prof. Vincenzo Simonetti,
- la banda “Lemma” di Berardino Lemma, figlio dell’indimenticabile “ meste Mengucce”  al secolo
  Domenico Lemma
- la banda  “Maria SS. Addolorata” del maestro Nicola Orlando –
Sono loro che durante le notti di vigilia,  girano per la città suonandoci le dolci ninne nanne che ci tengono svegli, ma alzarsi all’alba per impastare, non è un sacrificio ma un piacere vissuto con la gioia della festa.
Sono tanti quelli che, nonostante i primi freddi,  passano le notti di vigilia in piedi per preparare il liquore, il caffè bollente e le pettole calde calde, per rifocillare le bannìste – un gesto semplice che ricorda l’accoglienza riservata agli zampognari e perpetua il ringraziamento a chi riesce con una nenia ad assopire i cattivi pensieri allietando i nostri cuori.
Quando da lontano si sentono le prime note scatta l’allarme < stè passe ‘a ‘banne! >… chi scende giù con vassoi e coppe e chi corre a svegliare i bambini, e poi tutti imbacuccati in cappotti e sciarpe si scende per strada o ci si affaccia al balcone, e al suono delle dolci note delle pastorali che man mano si fanno sempre più nitide, si attende l’arrivo della banda, perchè avere la banda sotto casa è un onore, ma ascoltare le nostre pastorali  è un vero piacere.
Le pastorali tarantine sono belle proprio perchè sono “diverse” dalle solite. La loro melodia è un compendio di vita quotidiana e religiosità; nelle loro note si può ascoltare il canto  delle donne, mogli e madri, che intonando l’Inno alla Vergine:  “O Concetta Immacolata”,   chiedono alla Madonna eterna protezione per la città;
Ma è anche facile sentire in quella melodia,  il  rumore delle onde che si intreccia con le note del tradizionale “tu scendi dalle stelle”  intonato da pescatori che invocano la protezione del Bambinello per la loro, e nostra,  “marinara vetusta città”.
Buona Immacolata.

lunedì 12 dicembre 2011

Santa Lucia e le Calennule

Oggi, 13 dicembre, si festeggia Santa Lucia, un'altra data importante nel calendario natalizio...e non solo.
In molti paesi la Santa viene festeggiata e porta doni ai bambini.
Per la tradizione popolare Santa Lucia è festeggiata come protettrice della vista. Quando si smarrisce qualcosa è a lei che ci si rivolge:
" Santa Lucia cù l'uecchjie pizzute, famme acchiare le cose perdute " 
(Santa Lucia dagli occhi aguzzi, fammi trovare le cosa perdute) .
Ricordo un proverbio che recitava mia nonna (di Lizzano):
"Te Santa Lucia 'ncurtesce la notte e 'llunghesce la tia"
 (a Santa Lucia si accorcia la notte e si allunga il giorno).
Sempre con riferimento all'aumento delle ore di luce si dice anche:

“Da Sanda Lucie ‘nu passe de jaddine”
(di Santa Lucia un passo di gallina - riferito all'allungarsi dell'ombra del sole )... 
 ...in realtà dal 13 al 20 dicembre diminuiscono le ore di luce, sia pure di poco, aumentando sensibilmente soltanto verso il 25.
Bisogna attendere l’Epifania (6 gennaio) per vedere il sole un po’ più alto nel cielo, o addirittura il 2 febbraio (della Candelora), quando è evidente che la luce del giorno è cresciuta di un’ora e si può avere la certezza che la buona stagione non tarderà a venire.

Il fenomeno certamente di più immediato interesse per l’uomo è stato l’alternarsi del giorno e della notte in quanto ad esso si legavano aspetti ed episodi della vita pratica. Per i contadini era molto importante cercare di prevedere il tempo dei giorni e dei mesi successivi per regolarsi sui lavori da fare nei campi.

Al giorno di Santa Lucia è legata un'antica pratica popolare secondo la quale per i seguenti 12 giorni, precisamente dal 14 al 25 dicembre (per i tradizionalisti dal 13 alla vigilia del Natale il 24), si può pronosticare il tempo dell'anno che verrà, mese dopo mese. 
Mia nonna diceva che a Santa Lucia cominciava ‘ u tiampu di li calennule ( il tempo delle calende), che finisce l'Epifania.
Ora provo a spiegarvi come funzionavano le calennule (Calende - probabilmente da calendario) .
Da Santa Lucia, 13 dicembre,  a Natale, 25 dicembre, ci sono dodici giorni a cui si fanno corrispondere i dodici mesi dell’anno seguente,  traendo auspici sul carattere meteorologico di ognuno di essi, osservando il tempo di ciascun giorno successivo a Santa Lucia e fino a Natale.
Nel senso che: se il giorno 14 che corrisponde a gennaio, sarà bello, gennaio sarà anche bello; se il 15, che è febbraio, sarà piovoso, piovoso sarà quel mese; se il 16 è ventoso, tale pure sarà marzo, e così via.
Un secondo pronostico di riprova va dal 26 dicembre al 6 gennaio e il 25 dicembre viene considerato il baricentro fra le due sezioni simmetriche.
Volendo sapere, per esempio, il tempo del mese di marzo, si osserva il tempo del 15 dicembre e poi si attende la conferma del 28 dicembre: se la seconda predizione contraddice la prima, vuol dire che il mese sarà incostante.


Spero di essere stata chiara e di avervi allietato con un'altra curiosità natalizia.

mercoledì 5 gennaio 2011

Pàsca Bbefanìe!

Epifania, Befana o come si dice a taranto Pàsca Bbefanìe, … trè nomi per la stessa festa. Il nome deriva dal fatto che l’Epifania è considerata la prima “Pasqua”  dell’anno solare ( intesa come "passaggio" dalla fine di un ciclo produttivo e l'inizio di uno nuovo). Una Festa cristiana che commemora "la manifestazione di Gesù Bambino" come "Messia" e l'arrivo dei Re Magi che vanno ad adorarlo portando in dono oro, incenso e mirra. Una festa che trae origine dai rituali pagani e dalle usanze rurali, dove la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura, che la notte del 6 gennaio,  stanca per aver donato tutte le sue energie durante l'anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa.
La Befana coincide quindi, con la rappresentazione femminile dell'anno vecchio, pronta a sacrificarsi per far rinascere un nuovo periodo di prosperità.
La notte tra il 5 e il 6 gennaio è sempre stata considerata una notte magica...in cui nulla accade per caso, ogni gesto racchiude un presagio, ragione per cui è molto importante conoscere e rispettare le vecchie usanze. Ce ne sono di piacevoli, che vedono protagonista il numero nove - simbolicamente un numero magico che triplica la perfezione del "tre" - come quella della vigilia di "chiùdere le nove vòcche" - ossia di mangiare nove cibi diversi, che servono a sfamare "le nove streghe dell'Epifania" che aiutano la Befana nel suo "giro".
Usanza che nei tempi passati, quando la miseria era tanta e la fame di più, costava sacrificio.
Ci si privava di alcune primizie, raccolte durante l'anno, lasciandole per la Befana. Si conservavano nelle cantine al fresco i prodotti del lavoro della terra come l'uva còrnele, i melloni "a rezza", le pumedòre "a'nzerte", le "fiche vernèle"...e le sète (melograni)... ma anche frutti conservati come: fichi secchi: cucchiàte, sciòlte e carachìzze -  uva e cèràse sotto spirito... tutti prodotti che un tempo erano introvabili in questo periodo invernale, in cui la natura riposa prima di ritornare a regalarci i suoi frutti.
Per il pranzo del 6 gennaio è usanza per molti mangiare lasagne rigorosamente fatte a casa con farina bianca, per onorare il vecchio detto:
Ci a Pàsche Befanìe no mànge lasagne,  
pe' tutte 'u reste de l'anne se lagne"
Ma la notte della Befana è magica anche perchè associata a fantastiche manifestazioni, come le pareti delle case che diventano di ricotta e marzapane, gli alberi e i fiori che durante la notte magicamente fioriscono per l'ultima volta prima del letargo invernale; le acque, dai semplici rigagnoli agli oceani, che diventano d'oro e d'argento,  e gli animali che solo per questa notte  ricevono il dono della parola per benedire o maledire i loro padroni, secondo il trattamento ricevuto.
A tal proposito, la sera del 5 gennaio mia nonna si raccomandava di "guvernà 'buène l'animàle", e raccontava "dò cùnde":
Il primo riguardava gli animali da lavoro come i cavalli e raccontava di:
" un carrettiere, durante la notte del 5 gennaio stava trasportando sul suo scerabballe, trainato da due cavalli uno bianco e uno nero,  un carico di "taùlune". 
Faceva freddo e aveva fame, si fermò alla prima cantina che trovò sulla strada, e andò a mangiare e a bere, poi chiese alloggio ma non c'èra posto e si accontentò di ripararsi nella stalla insieme ai suoi cavalli che però si era dimenticato di rifocillare. 
Mentre si stava appisolando sentì delle voci, mise orecchio e ascoltò...
il cavallo nero  chiedeva: <oh! ma dò ste sciàme?>
il cavallo bianco:<a 'u paìse d'u padrùne>
e il cavallo nero:<e piccèccose?>
il cavallo bianco:<pe' purtà ste taùlune, ca hanna fa' 'u chiàvùte a 'u padrune>
A questa rivelazione al carrettiere gli venne "na gòcce" ( un colpo) e morì sul colpo".
Il secondo racconto riguardava gli animali da compagnia, rappresentati dai gatti a me tanto cari...
" la sera del 5 gennaio, un uomo aveva consumato la sua frugale cena, scordandosi di dare qualcosa alla sua gatta. 
Dopo la cena il poveretto, mentre si riscaldava vicino "a frascère" mangiava ceci arrostiti.... la gattina era accovacciata vicino a lui e ad occhi chiusi si godeva il tepore della cenere.
Sentendo sgranocchiare il suo padrone alzò lo sguardo e lo fissò sbadigliando mentre lui chiese:
<C'è jattò, uè do' cìcere?>
la gattina affamata, ritornò a dormire, ma lui non contento chiese ancora ridacchiando: <Jattò, cu te l'agghie! c'è le uè do cìcere 'rustùte?>
La gattina allora infastidita da quella domanda di scherno, alzandosi sulle zampe posteriori, con fare serio e minaccioso rispose:  <No tènghe dinte!!!>
Il poveruomo impaurito da quella reazione inapettata, si alzò di scatto, indietreggiò e cadde rovinosamente sbattendo la testa sullo scanno e morì."
Di storie ce ne sone tante, vere o di fantasia chi lo sa? L'unica cosa vera è che questa festività rimane un fenomeno di costume entrato nelle credenze popolari e il suo significato ha nei secoli assunto sfaccettature sempre diverse, ma la simpatica vecchietta sopravvive, avvolta sempre in un alone di mistero, che la difende dalle insidie del tempo.
Dopo San Nicola...Santa Lucia...Gesù Bambino e Babbo Natale... ora tocca a lei...La Befana...  una vecchia capace di portare in sé sia il bene che il male. La Befana rimane un personaggio legato all'infanzia e quindi sempre molto caro alla nostra cultura  popolare e seppure con una certa diffidenza molto amato. Un personaggio che riesce a sopravvivere nell'era digitale, tenendo testa ai vari giochi e personaggi virtuali. Il misticismo legato ai racconti delle sue scorribande notturne  a cavallo di una semplice scopa, incanta e intimorisce ancora tutti i bambini.
L'Epifania rimane ancora la festa dei bambini che attendono dolci e caramelle a premiare la loro bontà, sperando di non ricevere mai il temuto pezzo di carbone. Gentile e benevola dispensatrice di "nucculjedde e cannaturizie" si sa dimostrare cattiva e spietata con chi non rispetta le regole.
Grande il fascino che ha suscitato e suscita ancora nei bambini: l'attesa per il dono è sempre irresistibile, ma il suo arrivo genera, accanto alla curiosità, all'emozione e alla gioia, anche una punta di terrore dovuta all'eterno dubbio sulla sua duplice natura. Chi arriverà quest'anno?
 Una buona vecchietta carica di doni,








o una terribile strega portatrice di punizioni, che dispensa cenere e carbone?
La Befana...è sempre stata una figura bivalente, adorabile nonnina o strega inquietante, benevola quanto severa, amata e odiata, attesa e temuta con gioia e timore da tutti i bambini che comunque non rinunciano ad appendere le classiche calze, per scoprire quello che la Befana vi metterà, inconfutabile prova della loro condotta.

Comunque oggi, donne, uomini, bambini, adulti, giovani o vecchi.... fate i buoni... se potete! 

venerdì 31 dicembre 2010

U' Cenone


Il 2010 va via, oggi è l'ultimo giorno dell’anno e cosa facciamo? CUCINIAMO !!!  eh sì, bisogna preparare il cenone di stasera,  e dopo aver saccheggiato i supermercati ora mettiamo sottosopra la cucina preparando di tutto.
E siccome Ogni munne è paìse  (primordiale concetto della moderna e tanto declamata “globalizzazione”)
Mentre i polentoni provano a preparare anguille, capitoni, baccalà, struffoli e carteddate; i terroni si cimentano a preparare tortelli, zamponi, cotechini, mazzancolle, panettoni,  per sorprendere gli ospiti con qualcosa di “diverso” .
Qualcuno poi si porta oltre confine azzardando  sushi, sashimi, ramen, tempura,  ma anche  tandoori, samosa, e nachos, tacos, guacamole………….Belle cose,  e soprattutto buone!
A questo caos culinario si sovrappone quello linguistico dei  mercati dove  stamattina gridavano ancora così:
cozze allattamate,  le muzzarelle de mare picce!
javatune, cozzagnacule, oschere ’nguraddáte de sotta Napule e de sotta Bare!
spuènze e nnúce d’u Pezzóne!
Secce,  caure e trigghije p’u raù d’a visciglie!
Cu stè caggiune varvarùle no puè mangià da sule!
 Murene, murene,  jiate a ci le tene!
A rascia a come vuè a’ face!
mugnele de le Caggiune!
a’ spunzàle p’u baccalà!
accie e fenucchie pe sobbratàule!
Un colorito linguaggio dialettale tarantino  che racchiude i prodotti tipici del cenone di una volta:
per antipasto i frutti di mare: cozze nere, cozze pelose, javatune, cozzagnacule, oschere, cueccele addelessate cu l’uegghie e limone, peperusse salate e marangiane sott’acìte sazizze ascuande, pruvelone .
Come primi: sagnette c’u capitone, padrenostre cu’ le cozze,  rosamarine cu’ baccalà, mugnele ‘zettute a u’ tièste cu a vendresche.
Per secondo: capetone arrustute, angiedde a l’acredoce, ceccie o’ furne , cozze arraganate,  baccalà fritte cu a spunzàle, cozze fritte cu’ l’ove.
Il tutto accompagnato dalle pettole.
Non mancavano, lupine, mennele, nucedde,  nuce, pistidde, castagne d‘u prevete e fiche accucchiate .
Poi c’era la frutta:  marànge, mandarine depalasciàne, sète, uva,
E per finirei dolci  sanacchiudere, carteddate,  diende de San Geseppe,  purcedduzze, taràdde cu ccannèlle, jaròfene e vvainíglie ….
E ancora….. nu bicchirine de vermut,  na tazze de cafè e nu bicchirine di resolie.
E poi?.............. BUON ANNO A TUTTI!!!!!