martedì 22 maggio 2012

A’ curèscia


La cintura,  accessorio di abbigliamento nato dalla necessità di tener su i pantaloni che l’utilizzo e il tempo hanno ammantato di significati diversi e contrastanti.
La cintura era un mezzo  per impartire l’educazione a i figli usata come mezzo di correzione improprio, quanto inutile.
Quando la mamma diceva: Ci no’ a spicce u’ diche a ‘tanete  la situazione era tale da richiedere “mezzi” che la mamma non aveva… e siccome raramente questa frase sortiva i risultati sperati  spesso il padre era costretto ad intervenire e l’esordio era:
“Ci no’ a spicce me ‘lèv’a curèscia!....”
la frase intimidatoria che riusciva a fermare l’esuberanza dei bambini, ma non tutti e per i più grandi bisognava ripeterla ricordandone le conseguenze:
“Ci no’ a spicce me ‘lèv’a curèscia! .… e te fàzze le jamme crusciùle, crusciùle!”
ma a volte non bastava neanche questo e per gli irriducibili  prima o poi la temuta minaccia diventava “dolorosa” realtà.
A curèscia  era  quello che mancava alla mamma, per imporre il suo “potere/volere”,  per incutere timore, per educare….una sorta di “scettro del comando” ….. purtroppo molto spesso l’unico  mezzo  che decretava  il proprio ruolo di capo famiglia e di uomo da far valere con i figli e con la moglie quando non erano ubbidienti e sottomessi, ma anche con le bestie quando non volevano lavorare o non riuscivano a procreare, e con gli alberi che non davano frutti a cui venivano sferzati tre colpi di cinghia prima di decidere di spiantarli.
La cinghia non reggeva solo i pantaloni ma era più importante dei pantaloni perché il suo utilizzo colmava l’assenza, l’incapacità ma anche le insicurezze psicologiche dell’uomo.
Portare la cinghia era motivo di orgoglio, non averla era una grave umiliazione e non  perché potevano cadere i pantaloni ma perché un uomo senza cintura non incuteva più paura e perdeva ogni autorità. A volte però, da “simbolo di dominanza” si trasformava in pegno “simbolo della propria parola d’onore” …
Un vecchio detto raccomanda:
Cinca sciurnàta vo’ acchiàre  si face ‘a chiàzza pe’ cummàre (se vuoi lavorare prenditi la piazza per amante = era in piazza che si trovava lavoro)
Chi lavorava a giornata infatti, la sera, dopo una giornata di lavoro andava in piazza, dove passavano i caporali, i fattori, per reperire la manodopera da impiegare nelle terre e nelle masserie. Soprattutto l’inverno i padroni si facevano attendere, e il freddo rendeva l’attesa ancora più estenuante. Quando poi arrivavano, lentamente osservavano la loro merce di uomini abituati ad alzarsi col gallo e a coricarsi con le galline, ma soprattutto abituati a lavorare di zappa dall’alba al tramonto ed ora, come se non bastasse, costretti a stare in piazza a subire le intemperie invernali, nella speranza di essere ingaggiati per i lavori più disparati a con un salario bassissimo che col passare delle ore diminuiva sempre di più, ma qualunque salario consentiva di portare il pane a casa cacciando la fame  dalle loro case.
Ma le stagioni si susseguono, la ruota gira e così, arrivata l’estate e il tempo della mietitura quando non erano più i contadini ad elemosinare il lavoro, ma erano i padroni a rodersi il fegato sperando di trovare la manodopera necessaria per mietere il grano che giunto a maturazione poteva andare perduto per il maltempo o a causa di incendi.
Col calare della sera il salario aumentava, arrivando a vere e proprie contrattazioni. Succedeva che a volte chi era stato ingaggiato a prima ora, rimanesse in piazza e si proponesse a chi offriva un salario più alto, non mantenendo l’impegno preso col fattore che lo aveva ingaggiato prima che il giorno dopo si ritrovava con un lavoratore in meno.
Un atteggiamento poco corretto,  che poco si addiceva alle questioni d’onore del tempo in cui la parola data era sacra e inviolabile, ma si trattava di una vera e propria rivalsa contro lo sfruttamento e le umiliazioni subite e pertanto giustificato e molto praticato.
Per arginare i rischi delle defezioni sul campo di lavoro i fattori all’atto della contrattazione chiedevano, al lavoratore ingaggiato, un pegno: a’ curèscia pe capàrra … avete capito bene, i fattori prendevano le cinture dei neoassunti  dicendo loro:  …ci no s’appresènde s’ha chiànge!
Le cinture venivano restituite la mattina dopo quando si presentavano sul campo da mietere e, come avvisato, chi non si presentava la perdeva.
La gioia di aver trovato un lavoro per il giorno dopo era annullata dall’umiliazione di farsi vedere senza cintura dalla propria famiglia. La perdita della cintura rappresentava simbolicamente la perdita dell’essere e dell’autorità esercitata, e proprio basandosi sull’indispensabilità di questo accessorio che i fattori chiedevano in pegno a’ curèscia piuttosto di altri capi di abbigliamento, sicuramente più indispensabili ma meno importanti. Nessun aumento di paga avrebbe impedito al lavoratore di riappropriarsi di un pegno tanto rappresentativo.
Consegnata la cintura al fattore, ci si affrettava sostituirla con una cordicella, che preventivamente ogni lavoratore portava in tasca, che mestamente aveva il compito di sorreggere i pantaloni.
Appena entrato in casa mestamente si affrettava a dire:  “S’ha pigghiàte a’ curèscia pe capàrra!
Di rimando la moglie rispondeva: Megghie na sarcinàte de na scapuzzàte (meglio una tosatura che la testa mozza = meglio essere sfruttati che morire di fame).
I ragazzini notavano subito la cordicella che penzolava dai pantaloni del padre e prima che lo stupore si trasformasse in consapevolezza la voce della madre li riportava alla realtà sentenziando:
No ve sciàte preoccupànne ca’ dumàne  a’ curèscia torna e ci no’ vi stàte attinde canda pure! E mò scè curcàteve, ca ci curèscia manca u’ battepànne stè rèt’a porta!”

giovedì 8 marzo 2012

Femmene 'nzìste...

Oggi è la festa  della donna ed io voglio onorare questa festa ricordando donne tarantine che si sono contraddistinte immortalandosi nella storia e nelle leggende locali.

Per cominciare...i santi...

Santa Sofronia  venerata come martire della Chiesa, visse nel IV secolo, venne educata nella religione cristiana e raggiunta la maggiore età, decise di seguire l'esempio di  Santa Pelagia di vivere una vita penitenziale. Così fuggì per le Isole Cheradi, poiché  vi era una chiesa in onore di Santa Pelagia.Visse da eremita sull'isola isola di San Pietro, dove si costruì una capanna di rami e tronchi d’albero.
La leggenda racconta che Sofronia scrisse le sue memorie sui tronchi degli alberi e che quando morì gli uccelli provvidero alla sua sepoltura, ricoprendo il suo corpo con fiori e foglie, alcuni pescatori sbarcati sull'isola, attirati dal profumo ne scoprirono il corpo, e lo  condussero a Taranto, dove ricevette sepoltura.

Passando dal sacro al profano ricordiamo un'altra donna leggendaria...

Donna Berenice Boldoni, nata a Nocera Inferiore nel 1849, sposò nel 1883 con Cataldo Simonetti, nato a Taranto nel 1846, piccolo borghese tarantino titolare di una gioielleria. Vivevano agiatamente col loro figlioletto Mimì, che non privavano di vizi e sfizi, ma dopo una rapina che svaligiò il loro negozio caddero in miseria e la loro vita cambiò drasticamente, ma donna Berenice non si perse d’animo e avendo studiato canto, andò a cantare in chiesa accompagnata al pianoforte dal figlio Mimì che aveva studiato pianoforte.
I nobili parenti napoletani la aiutavano come potevano, inviando anche i loro vestiti dismessi, perché ormai fuori moda. Ma lei,  Donna Pernice, com’era chiamata dai tarantini che per inflessione dialettale storpiavano il suo nome, li indossava senza soggezione a chi la guardava con disprezzo rispondeva:
abbete mije pumpuse, quidde ca me donne me mette suse.
Una donna rimasta impressa ai tarantini che ancora oggi vedendo una persona vestita in modo stravagante usano dire: S’ha vestute come donna Pernice.

E parlando di vestiti strani e di tessuti particolari non si può non ricordare ...

Filomena Martellotta, nacque a Taranto il 16 ottobre 1898 – affascinata dall’utilizzo del bisso, ricercò tra i pescatori della sua terra i segreti  degli antichi metodi di lavorazione artigianale della Pinna nobilis. Nel l 1923 decise di fondare  la  “Regia Scuola Professionale Femminile”, da lei personalmente diretta, con l’intento di diffondere ampiamente la cultura del bisso e di produrre e commercializzare i manufatti ivi realizzati. La scuola poneva a fondamento del suo Statuto l’educazione della donna in rapporto al nuovo indirizzo sociale e la rinascita dell’industria del bisso. Gia nell’Ottobre del 1924 le alunne iscritte alla Regia Scuola Professionale Femminile erano ben 250  ed i lavori in bisso ivi eseguiti, naturalmente, rappresentavano il fiore all’occhiello delle produzioni tessili realizzate.
Ottenne vari riconoscimenti, premi e medaglie in Italia ed all’estero. Morì il 14 dicembre 1933 all’età di 35 anni per febbri tifoidee e peritonite. 

E dopo i santi passiamo ai fanti... Donne che amavano la patria combattendo per la vita ...

Cordelia Jannelli, detta Delia,  è figlia del dr.Camillo, medico e sindaco di Taranto dal 08/06/1904 al 26/07/1908. Diplomata in Lettere, durante la Grande guerra, opera, in qualità di infermiera volontaria della Croce rossa italiana, negli ospedali militari della città. Durante la sua missione, tenne un diario che, pubblicato nel 1923 è diventato un importante documento storico e civile di un’sperienza unica.
Parlando della sua missione ricordava con piacere
le parole che il padre le disse quando decise di iscriversi al Corpo delle Crocerossine di guerra:
Non ho maschi per mandare al fronte; mando te negli ospedali perché tutti dobbiamo dare il più possibile alla Patria.

... Donne che amavano la vita combattendo per la Patria ...

Caterina Riccardi, definita da Giovanni Nicotera “signora del Risorgimento italiano” nacque nel 1802 a Putignano fu un’accesa sostenitrice della causa italiana, a 16 anni si sposò con Giovanni Tateo, da cui ebbe dodici figli, di cui cinque patrioti. Caterina ospitò anche Garibaldi nella masseria Baronaggio, di proprietà del marito, e fu lei a regalargli il famoso cavallo bianco di razza murgese, fedele ed eroico compagno di battaglie, soggetto insostituibile nell’iconografia storica. Caterina Riccardi Tateo rimase vedova a 44 anni con 12 figli a cui badare, ma non si perse d’animo, anzi educò i figli alla carità evangelica e alla democrazia mazziniana. Continuò la sua opera, tanto che nel 1848 pose dei letti lungo i corridoi del castello in cui viveva con i figli e lo trasformò in un ospedale per chi a quel tempo non poteva permettersi delle cure mediche, aiutata dal figlio Giangiuseppe,  medico dal 1823.
  • Giangiuseppe Tateo combattè  a Curtatone e  a Goito e, prima di morire di sfinimenti  a 36 anni, nel  1859 a Nizza, dopo essersi prodigato nell’impresa di Sapri e nell’organizzazione della spedizione dei mille.
  • Domenico e Beniamino Tateo non furono da meno del fratello, combatterono a Desenzano e furono prigionieri di guerra a Graz.
  • Francesco Saverio Tateo fu capitano garibaldino a Monterotondo e a Villa Glori.
  • Vincenzo Tateo si recò coi patrioti in Basilicata per predisporre l’avanzata dei garibaldini, guadagnandosi sul campo la nomina a capitano e governatore della Basilicata.
 Fede, passione, gioia, orgoglio, amore, emozioni tutte al femminile.

venerdì 24 febbraio 2012

Luna calante… crescente… sorridente


 

Tièmbe, viende, femene e furtune cangene accome a’ luna…

La luna cambia aspetto… nuova , crescente, calante, piena ….. placida e sensuale o malinconica e riflessiva
 la luna è simbolo di contraddizione… regina delle tenebre che  illumina la notte, ci può rendere romantici  ma anche perfide masciàre e spaventosi  lupinari, illumina i baci degli innamorati, le processioni pasquali ma anche i passi dei ladri.

Di una persona dall’umore instabile si dice che è lunatico perché si credeva che l’instabilità emotiva  fosse provocata dall’aver dormito con la testa esposta ai raggi lunari.
Di una persona  imbronciata e irritabile si dice che “ha la luna storta”, perchè non gli è favorevole.
Se un lunatico si alza con la luna storta …. meglio eclissarsi e ritornare quando avrà la luna buona.

Signora  delle nascite e dei raccolti, la luna, gioca coi capelli e con le unghie ma anche con maree e  terremoti. Favorisce le nascite, ispira i poeti, raccoglie e custodisce i nostri desideri.
Anche in questi periodi bui alzare gli occhi al cielo fa sempre bene al cuore perché  la luna , da buona amica, ci sa ascoltare e sa che abbiamo tanto bisogno di sognare e sperare cose belle, per questo stasera ci regala il suo splendido sorriso.

mercoledì 22 febbraio 2012

Le Quarand'ore

Carnevale è morto e il suo fantoccio è stato bruciato lasciandoci “le Ceneri” simbolo di purificazione, le campane hanno scandito i rintocchi de “a’ Forore”…. Adesso è tempo di pentimento e contrizione. 
I festeggiamenti del carnevale tra maschere, canti, balli, gozzoviglie e bagordi di ogni genere –  pur riproponendo riti propiziatori di origine contadina, ben augurali per la fertilità della terra – non sono stati mai condivisi dalla morale cattolica, che per contrastare le intemperanze del “carnevale profano”  propone e contrappone  il “carnevale sacro” ossia Le Quarantore – tempo in cui il SS. Sacramento viene esposto all’adorazione dei fedeli per invocare l’intervento del Signore, specialmente in momenti difficili. 
Le Quarantore rappresentano il tempo che Gesù ha trascorso nel sepolcro, dalle 15 del venerdì quando è mortocome uomo, sino alle 7 della domenica in cui è risorto come Dio. 
Anticamente  questa liturgia era praticata per 40 ore ininterrottamente , oggi viene suddivisa in tre giorni, a cominciare dall’ultima domenica di carnevale e fino al martedì grasso, introducendo il periodo di quaranta giorni della Quaresima che ci conduce alla Settimana Santa.

In questo breve excursus abbiamo parlato di 40 ore … che introducono a un periodo di 40 giorni …  
Nella simbologia religiosa il numero 40 rappresenta la rinascita dopo la morte ricorre spesso:
·         40 anni durò il regno di Davide (2 Samuele  5,49)
·         40 anni il popolo di Israele visse nel deserto (Numeri 14,34)
·         40 giorni e 40 notti durò il diluvio (Genesi  7,4)
·         40 giorni Mosè rimase sul monte Sinai (Esodo  24,18)
·         40 giorni durò il viaggio di Elia verso l’Oreb ( 1 Re 19,8)
·         40 giorni Gesù  rimase nel deserto (Matteo 4,2; Marco 1,13; Luca 4,2)
      
      40 sono gli anni del regno di Saul e di Salomone
      Isacco si sposò a 40 anni
Esaù per salvarsi sacrificò a Dio 40 vacche
Abramo pregò Dio di salvare Sodoma se vi avesse trovato 40 giusti
·         La presentazione di Gesù al tempio avvenne 40 giorni dopo la nascita...

Ma il simbolismo del 40 è molto antico:
·         Gli egiziani immergevano i defunti nei Sali di “natron” per 40 giorni prima dell’imbalsamazione.
·         Buddha e Maometto cominciarono a predicare a 40 anni .....


Quaresima allora, come 40 giorni di penitenza e digiuno, non semplicemente corporale ma soprattutto spirituale.

martedì 14 febbraio 2012

Amore in detti ridetti, stradetti e…..interdetti

Oggi è San Valentino la festa degli innamorati, ed è inevitabile parlare di amore e anch’io voglio farlo in modo inconsueto e irriverente con  Detti  ridetti, stradetti e...interdetti di una volta quando la differenza tra il dire, il fare e l’apparire era la buona reputazione che tutti  dovevano avere, mantenere e difendere dalle dicerie della gente.
Gli innamorati si pensano sempre, sono in continua comunicazione telepatica e perciò sono attenti a tutto quello che succede  intorno a loro, leggendo ogni “ segno” come messaggio paranormale dell’amato/a …..  il più famoso è u’ fische de recchia che ci porta a chiedere un numero da cui estrapolare una lettera …. che dovrebbe essere l’iniziale del nome di chi in quel momento ci sta pensando. Per capire se il pensiero è buono o cattivo ci si affida a vecchi detti: 
Recchia manche Core franche,  Recchia dritte Core afflitte
Oppure:       
Ci te fiscke a’ recchia mangine,  l’amore jè vicine
Ci te fiscke a recchia dritte, so ccuerne,…statte citte!

Ma si sa, il sentimento è sempre in conflitto con la ragione ma anche con l’opinione degli altri, perciò ai maschietti si diceva:
Ci t’a pigghie ca jè brutte, t’u sinde discere da tutte
Ci t’a pigghie ca jè bizzoche, no t’a puè sciucà nu poche
Ci t’a pigghie ca jè bellelle, t’attocche fa a sendenelle
……ma po’ cu nisciune secure puè stà ca le corne sembre te le po’ fa’


E alle femminucce:
Ci t’ù pigghie ca jè gnurande, no te puè ffa nù vande
Ci t’ù pigghie ca jè ’mbriacone, passe pe na mamone
Ci t’ù pigghie ca jè malandrine, passe uaie sere e matìne
E allora fazz’a Ddije, ste bbone vacandije!

In amore però non valgono consigli, rispondiamo solo all’istinto  e….
L’ome pe’ nature de le femene tremende u’ cule
A’ femene pe defette mene l’uecchie a’ braghette


Così è facile che  Pe u’ sotte se perde u’ suse (chiaramente riferito alla testa… de sotte e de suse…)
Ed è bello perdere la testa…lasciarsi andare…anzi ... consigliato:
Vatelacchie e vatetrove, no jè sazie ci no u’ prove
Vatetrove e vatelacchie, mai u’ prove ci jè racchie

….. per questo  le ragazze si mettevano in guardia  da i pericoli veri della vita…
No avè paure de tarànde e scurzune
Ma de quidde ca stè indre le cazùne

Perché...   A braghette no canosce respette


In campagna spesso "uèmmene e femmene" (lavoranti uomini e donne) intonavano i canti "a botta e risposta" che non andavano tanto per il sottile... ...cominciava la donna...

O villano, o villanello - lassa a' zappa e vieni quà, ca ti mostro la visticedda, ma no 'u dicere a mamà...
O villana o villanella - jie a' zappa no a pozze lassà, ca me 'ntosta lu terreno e me ve fiacco 'u siminà
O villano, o villanello - lassa a' zappa e vieni quà, ca ti mostro la mutanda, ma no 'u dicere a mamà...
O villana o villanella - jie a' zappa no a pozze lassà, ca me 'ntosta lu terreno e me ve fiacco 'u siminà
O villano, o villanello - lassa a' zappa e vieni quà, ca ti mostro 'u piluse, ma no 'u dicere a mamà...
 E pe l'amore d'ù piluse - lasse a  zappa e venghe 'ddà, cu se 'ntosta lu terreno e   vaffanculo la siminà.


Quando poi i ragazzi decidevano di sposarsi i consigli diventavano seri e alle donne si diceva:
bella ca te ‘mmarìte l’uecchie scianghe, ca no jè na catarèdde ca po’ se cange
( perchè i mariti non sono come le pentole che si cambiano)

 agli uomini
figghie penza... mieru fin’a fezza, mugghiera fin’a vicchiezza
( come non si butta il vino, che si consuma finchè si arriva alla feccia, così una moglie si tiene per tutta la vita)

Tutto era messo in chiaro sin dall'inizio. Nei versi di un canto campagnolo si capisce senza mezzi termini come già nella proposta di fidanzamento fatta ad una donna, veniva chiarito anche il trattamento a lei riservato:
Bella picciredda ci ti pigghi a me
la signura t'agghia fa fà

 'u pane ha essere picche
ma le mazzate no t'hanna mancà


E come si dice...patti chiari e ....matrimoni lunghi...
e duravano veramente tutta la vita! che fosse quello il segreto?!?


giovedì 2 febbraio 2012

A' Canelòre

La candelora è una festa divisa tra cristianità e paganesimo.
L’Epifania conclude il ciclo Natalizio, ma un antico proverbio ci ricorda  che:

"Pàsche Befanìe tutte feste porta vie, 
po' se gira a Canelòre: Stòche jie ancòre!"

Ed infatti la festa della Candelora il 2 febbraio, che quaranta giorni dopo il Natale commemora la Purificazione di Maria, chiude definitivamente il periodo della nascita e del Natale.
Della Candelora si disfano i presepi e si fa l’ultima pettolata, come ricorda il proverbio:
"D’a Canelòre s’astìpe a frizzola"

Alla candela benedetta il giorno della candelora e conservata gelosamente sono attribuiti particolari poteri taumaturgici. 
La si accende in situazioni di emergenza, quando c’è un violento temporale, quando c’è un malato in famiglia, nell’assistenza di un moribondo, nell’attesa di una persona cara che non torna o si ritiene in grave pericolo.
Accendere il cero della Candelora, significa rivolgersi direttamente alla Madonna, che così è chiamata in causa in prima persona ad esaudire le particolari richieste dettate dall’urgenza del momento.

Il 2 febbraio, come tutti gli altri giorni festivi della Madonna, eccetto quello dell’Addolorata, è particolarmente indicato per la celebrazione di Matrimoni, e per l’inizio di grandi lavori, l’inizio di un’opera ancora nel tempo di Natale è ritenuto di buon auspicio per la sua fine.

Per il 2 febbraio, giorno della Candelora,  l’aumento delle ore di luce è evidente  e questo fa pensare già all’arrivo imminente della  bella stagione , ma un proverbio ci mette in guardia:

"Quanne arrive a’ Canelòre  a’ vernate è fore, 
ma dice Sande Biase: Vide buene , ca mò trase."

(san Biagio è il 3 febbraio)

Il giorno della Candelora è anche il giorno da cui, la cultura popolare trae le previsioni del rimanente inverno:


"Canelóra chiáre mese trùvele. .. 
Canelóra trùvele mese chiáre..."

e anche:
"Cì d'a Canelóre véne l'acqua menùte,
'a vernáte se n'ha sciùte... 
Ce d'a Canelóre luce 'u sóle chiáre,
Marze devènde Scennáre..."
  
Quindi copritevi e accendete una candela benedetta che ...
sotte ste chiare de luna......

lunedì 12 dicembre 2011

Santa Lucia e le Calennule

Oggi, 13 dicembre, si festeggia Santa Lucia, un'altra data importante nel calendario natalizio...e non solo.
In molti paesi la Santa viene festeggiata e porta doni ai bambini.
Per la tradizione popolare Santa Lucia è festeggiata come protettrice della vista. Quando si smarrisce qualcosa è a lei che ci si rivolge:
" Santa Lucia cù l'uecchjie pizzute, famme acchiare le cose perdute " 
(Santa Lucia dagli occhi aguzzi, fammi trovare le cosa perdute) .
Ricordo un proverbio che recitava mia nonna (di Lizzano):
"Te Santa Lucia 'ncurtesce la notte e 'llunghesce la tia"
 (a Santa Lucia si accorcia la notte e si allunga il giorno).
Sempre con riferimento all'aumento delle ore di luce si dice anche:

“Da Sanda Lucie ‘nu passe de jaddine”
(di Santa Lucia un passo di gallina - riferito all'allungarsi dell'ombra del sole )... 
 ...in realtà dal 13 al 20 dicembre diminuiscono le ore di luce, sia pure di poco, aumentando sensibilmente soltanto verso il 25.
Bisogna attendere l’Epifania (6 gennaio) per vedere il sole un po’ più alto nel cielo, o addirittura il 2 febbraio (della Candelora), quando è evidente che la luce del giorno è cresciuta di un’ora e si può avere la certezza che la buona stagione non tarderà a venire.

Il fenomeno certamente di più immediato interesse per l’uomo è stato l’alternarsi del giorno e della notte in quanto ad esso si legavano aspetti ed episodi della vita pratica. Per i contadini era molto importante cercare di prevedere il tempo dei giorni e dei mesi successivi per regolarsi sui lavori da fare nei campi.

Al giorno di Santa Lucia è legata un'antica pratica popolare secondo la quale per i seguenti 12 giorni, precisamente dal 14 al 25 dicembre (per i tradizionalisti dal 13 alla vigilia del Natale il 24), si può pronosticare il tempo dell'anno che verrà, mese dopo mese. 
Mia nonna diceva che a Santa Lucia cominciava ‘ u tiampu di li calennule ( il tempo delle calende), che finisce l'Epifania.
Ora provo a spiegarvi come funzionavano le calennule (Calende - probabilmente da calendario) .
Da Santa Lucia, 13 dicembre,  a Natale, 25 dicembre, ci sono dodici giorni a cui si fanno corrispondere i dodici mesi dell’anno seguente,  traendo auspici sul carattere meteorologico di ognuno di essi, osservando il tempo di ciascun giorno successivo a Santa Lucia e fino a Natale.
Nel senso che: se il giorno 14 che corrisponde a gennaio, sarà bello, gennaio sarà anche bello; se il 15, che è febbraio, sarà piovoso, piovoso sarà quel mese; se il 16 è ventoso, tale pure sarà marzo, e così via.
Un secondo pronostico di riprova va dal 26 dicembre al 6 gennaio e il 25 dicembre viene considerato il baricentro fra le due sezioni simmetriche.
Volendo sapere, per esempio, il tempo del mese di marzo, si osserva il tempo del 15 dicembre e poi si attende la conferma del 28 dicembre: se la seconda predizione contraddice la prima, vuol dire che il mese sarà incostante.


Spero di essere stata chiara e di avervi allietato con un'altra curiosità natalizia.