Storie da gustare e piatti da leggere di una città da riscoprire.
giovedì 2 aprile 2015
martedì 27 gennaio 2015
Il campo "S" di Taranto
L' armistizio dell'8 settembre 1943 sembrò quiete dopo la tempesta di una guerra che aveva portato l'Italia allo stremo. In realtà fu un momento di grande confusione dei soldati che combattevano una guerra senza aver capito con chi, contro chi e soprattutto perchè.
I soldati italiani avevano combattuto per la “Patria” e non sapevano più di chi fidarsi, volevano solo tornare a casa, ma neanche questo era possibile - alcuni scapparono ma vennero presi e portai nei campi di prigionia.
Molti lo ignorano ma anche a Taranto c'erano questi campi.
Il più grande era il Campo di S. Andrea - detto campo "S" - presso la masseria Sant'Andrea, da cui prende il nome, altri campi erano confinanti con la masseria Cavallo e la masseria Santa Teresa, a Rondinella, San Giorgio Jonico e Montemesola.
I campi erano contraddistinti da una lettera, il campo "S" era per i prigionieri generici.
Il Campo «T» era destinato ai reduci dall’Oriente e dalla Gran Bretagna; il Campo «R» per i recalcitranti, la categoria che comprendeva coloro che erano appartenuti a formazioni di SS e di polizia, componenti delle Brigate Nere, della Legione “Muti”, della X Flottiglia MAS, del reggimento paracadutisti “Folgore”.
Nei pressi dell'area dell'aviazione militare di Grottaglie era sistemato un campo di tedeschi.
I campi di prigionia tarantini, retti sin dagli ultimi mesi del 1945 dal comando alleato, accolsero circa diecimila prigionieri di guerra, costretti a vivere in tende malconce, senza servizi igienici, senza cibo sufficiente, senza letti. Molti morirono. I più tornarono però a casa, quando gli inglesi decisero di abbandonare la custodia del campo e i comandi italiani non accettarono di mantenere i connazionali rinchiusi in quel campo, definito, dai giornali del tempo "Il campo della fame".

Il campo “S” che, sotto il controllo britannico, ha visto il prolungamento della prigionia di quanti non avevano accettato il compromesso della cooperazione e che, per questo, subirono una carcerazione abusiva in condizioni di estrema indigenza.
Erano italiani e stranieri che avevano combattuto sotto il regime fascista, arrivavano dal campo di Afragola, stivati nei carri di bestiame, a loro si aggiunsero, pochi giorni dopo, quelli che arrivavano dal campo di Algeri, già prostrati da diversi mesi di prigionia in Africa, e che in un primo momento erano stati animati dalla convinzione di tornare finalmente in patria, dopo otto anni di assenza, e riabbracciare le proprie famiglie e la comodità delle proprie case. Ed invece quei ragazzi tornarono sì in Italia, ma ad attenderli c’era un nuovo campo di concentramento, dove furono costretti ad aspettare la liberazione ancora per qualche mese.
In particolare il Campo “S” era suddiviso in dieci grandi recinti denominati “Pens” ( pollai), e circondato esternamente da una doppia recinzione di filo spinato.
Tra le due reti scorreva un camminamento, dove spesso si avventuravano i familiari dei prigionieri e i tarantini di buon cuore per lanciare, al di là della recinzione, generi alimentari e indumenti che potessero essere di conforto a quegli uomini fortemente provati.
La chiesa tarantina, grazie al diretto impegno dell'Arcivescovo Mons. Ferdinando Bernardi e del suo vicario generale Mons. Guglielmo Motolese, immediatamente si adoperò in una straordinaria opera caritatevole a favore dei prigionieri che impegnò tutte le parrocchie della diocesi. Don Celestino Semeraro, parroco di Fragagnano, si prodigò affinché le speranze di libertà dei prigionieri si trasformassero in realtà.
Il 10 marzo 1946, l'Arcivescovo Bernardi accompagnato da tre sacerdoti tra cui il suo vicario generale mons. Motolese, riuscì ad entrare nel campo, dove fu accompagnato ad uno steccato sistemato apposta per l’occasione, dove incontrò folte rappresentanze di tutte le sezioni. Qui celebrò la messa e dopo restò a colloquio con il comandante del Campo per pianificare un piano di soccorso per i prigionieri.
La liberazione iniziò dal 10 aprile 1946, quando i prigionieri in rivolta, ormai stremati da quella condizione, ruppero le recizioni e cominciarano l’esodo sconfiggendo il controllo armato, aiutati dal disinteresse delle guardie inglesi, anche loro desiderose di tornare ormai in patria.
I fuggitivi trovarono accoglienza in città vecchia, presso le abitazioni private e le parrocchie, dove vennero aiutati ad uscire incolumi dalla città per tornare alle proprie terre.
Il campo fu definitivamente smantellato un mese più tardi ma, restano visibili dello stesso, di fronte a quello che oggi è denominato quartiere Paolo VI, i basamenti in cemento delle dieci baracche che contenevano i reduci.
I soldati italiani avevano combattuto per la “Patria” e non sapevano più di chi fidarsi, volevano solo tornare a casa, ma neanche questo era possibile - alcuni scapparono ma vennero presi e portai nei campi di prigionia.
Molti lo ignorano ma anche a Taranto c'erano questi campi.
Il più grande era il Campo di S. Andrea - detto campo "S" - presso la masseria Sant'Andrea, da cui prende il nome, altri campi erano confinanti con la masseria Cavallo e la masseria Santa Teresa, a Rondinella, San Giorgio Jonico e Montemesola.
I campi erano contraddistinti da una lettera, il campo "S" era per i prigionieri generici.
Il Campo «T» era destinato ai reduci dall’Oriente e dalla Gran Bretagna; il Campo «R» per i recalcitranti, la categoria che comprendeva coloro che erano appartenuti a formazioni di SS e di polizia, componenti delle Brigate Nere, della Legione “Muti”, della X Flottiglia MAS, del reggimento paracadutisti “Folgore”.
Nei pressi dell'area dell'aviazione militare di Grottaglie era sistemato un campo di tedeschi.
I campi di prigionia tarantini, retti sin dagli ultimi mesi del 1945 dal comando alleato, accolsero circa diecimila prigionieri di guerra, costretti a vivere in tende malconce, senza servizi igienici, senza cibo sufficiente, senza letti. Molti morirono. I più tornarono però a casa, quando gli inglesi decisero di abbandonare la custodia del campo e i comandi italiani non accettarono di mantenere i connazionali rinchiusi in quel campo, definito, dai giornali del tempo "Il campo della fame".

Il campo “S” che, sotto il controllo britannico, ha visto il prolungamento della prigionia di quanti non avevano accettato il compromesso della cooperazione e che, per questo, subirono una carcerazione abusiva in condizioni di estrema indigenza.
Erano italiani e stranieri che avevano combattuto sotto il regime fascista, arrivavano dal campo di Afragola, stivati nei carri di bestiame, a loro si aggiunsero, pochi giorni dopo, quelli che arrivavano dal campo di Algeri, già prostrati da diversi mesi di prigionia in Africa, e che in un primo momento erano stati animati dalla convinzione di tornare finalmente in patria, dopo otto anni di assenza, e riabbracciare le proprie famiglie e la comodità delle proprie case. Ed invece quei ragazzi tornarono sì in Italia, ma ad attenderli c’era un nuovo campo di concentramento, dove furono costretti ad aspettare la liberazione ancora per qualche mese.
In particolare il Campo “S” era suddiviso in dieci grandi recinti denominati “Pens” ( pollai), e circondato esternamente da una doppia recinzione di filo spinato.
Tra le due reti scorreva un camminamento, dove spesso si avventuravano i familiari dei prigionieri e i tarantini di buon cuore per lanciare, al di là della recinzione, generi alimentari e indumenti che potessero essere di conforto a quegli uomini fortemente provati.
La chiesa tarantina, grazie al diretto impegno dell'Arcivescovo Mons. Ferdinando Bernardi e del suo vicario generale Mons. Guglielmo Motolese, immediatamente si adoperò in una straordinaria opera caritatevole a favore dei prigionieri che impegnò tutte le parrocchie della diocesi. Don Celestino Semeraro, parroco di Fragagnano, si prodigò affinché le speranze di libertà dei prigionieri si trasformassero in realtà.
Il 10 marzo 1946, l'Arcivescovo Bernardi accompagnato da tre sacerdoti tra cui il suo vicario generale mons. Motolese, riuscì ad entrare nel campo, dove fu accompagnato ad uno steccato sistemato apposta per l’occasione, dove incontrò folte rappresentanze di tutte le sezioni. Qui celebrò la messa e dopo restò a colloquio con il comandante del Campo per pianificare un piano di soccorso per i prigionieri.
La liberazione iniziò dal 10 aprile 1946, quando i prigionieri in rivolta, ormai stremati da quella condizione, ruppero le recizioni e cominciarano l’esodo sconfiggendo il controllo armato, aiutati dal disinteresse delle guardie inglesi, anche loro desiderose di tornare ormai in patria.
I fuggitivi trovarono accoglienza in città vecchia, presso le abitazioni private e le parrocchie, dove vennero aiutati ad uscire incolumi dalla città per tornare alle proprie terre.
Il campo fu definitivamente smantellato un mese più tardi ma, restano visibili dello stesso, di fronte a quello che oggi è denominato quartiere Paolo VI, i basamenti in cemento delle dieci baracche che contenevano i reduci.
sabato 1 novembre 2014
‘Nfièrne Priatorie e Paradìse
No, non voglio parlarvi di Dante e della sua “Divina
Commedia”, ma ricordare le “Dimore Eterne”.
Ieri abbiamo festeggiato Halloween perché è “di moda”. Una
sorta di carnevale autunnaleilluminato da zucche intagliate, che predilige maschere terrificanti di streghe,
fantasmi, zombie, ragni, pipistrelli e gatti neri.
Mascherarsi per confondere
la morte? … festeggiare per prendersi gioco di lei? …
Di sicuro un modo per
esorcizzare la morte e tutte le paure che la circondano.
Una volta invece la morte era timorosamente rispettata perché
era Lei, giusta e incorruttibile che ci portava verso la dimora eterna.
La religione cattolica “assegna” dimore diverse a diversi
stili di vita:
l’inferno - per i cattivi, i dissoluti, i peccatori
incalliti - destinati al castigo eterno.
il Paradiso - per i buoni, i timorosi, i fedeli osservanti - meritevoli
di pace e gioia eterna
il Purgatorio - per
tutti coloro che pur timorosi, non erano riusciti ad evitare dei “peccatucci” –
che dovevano espiare i propri errori e purificarsi, prima di passare al
Paradiso.
Il periodo di transizione in Purgatorio poteva essere
diminuito dalle preghiere e dalle opere buone fatte dai parenti in vita, in suffragio
dei loro defunti.
Tra i riti di suffragio vi era l’usanza, la notte tra il 31
ottobre e il 1 novembre, imbandire:
“A taùlàte pe l’aneme d’u priatòrie” (la
tavolata per le anime del Purgatorio).
Prima di andare a letto, sulla tavola senza tovaglia, per
ogni anima che si voleva suffragare si lasciava un piatto, un bicchiere e una
fetta di pane, poi si lasciava una brocca d’acqua, una pentola con una zuppa di
ceci, una pentola con castagne lesse.
La mattina di Ognissanti il primo pensiero era quello di
vedere le condizioni della tavolata …
Grande gioia se il cibo era stato consumato, perché voleva
dire che i defunti avevano gradito e avrebbero potuto, quanto prima,
raggiungere il Paradiso.
Nel caso in cui la tavolata era intatta e il cibo era
rimasto nelle pentole si ipotizzavano due possibilità:
che i nostri cari fossero già in Paradiso a godere della meritata
vita eterna, o che, malauguratamente, erano stati destinati alla
dannazione eterna dell’Inferno.
Certo non vi era modo per sapere la verità e le pene del
dubbio venivano addolcite mangiando i dolcetti di pasta reale a forma di fave,tipici della festività di Ognissanti
“le fave de le muerte”.
Ovviamente le tavolate erano onorate dai furbetti di casa
che ingannavano Morfeo per godere di un lauto pasto nel cuore della notte.
Per quanto belle e suggestive nessuna credenza popolare può
riportare, seppure per una notte, i nostri cari defunti a godere della nostra
tavola.
Questa usanza però, porta sul desco familiare ceci,
castagne, fave … perché?... Come mai?
I ceci – dalla forma rotonda e schiacciata simile a un
teschio e per questo detti “le càpere de le muerte”.
Le castagne – frutto che nutre in un periodo in cui la
natura è a riposo, sono considerate cibo dei morti.
Le fave – considerate anch’esse cibo dei morti, perché il
loro fiore bianco con macchie nere disposte a forma di “tau”, lettera greca
iniziale di “tanatos” ossia morte. Inoltre si crede che le fave nere assumano
quel colore, perché contengono le lacrime dei defunti.
Infine bisogna evidenziare che ceci, castagne e fave hanno
in comune il fatto di essere frutti contenuti in un baccello o in un riccio per
le castagne – similmente al corpo dei defunti che viene riposto in una bara
prima di essere seppellito.
Bello entusiasmarsi per le novità, ma ricordiamoci che "Ogni munne è paìse".
lunedì 18 agosto 2014
Sant'Elena e ... u' vasenecòle
Per questo motivo era invocata per ritrovare le cose perdute:
"Sanda Lèna'mberatrìce,
figghie de Custandine,
a Rome sciste e da Melàne avenìste.
'A Croce de Gesù Tu 'a scupriste.
Com'acchiàste 'a Sànda Croce,
accussij' àcchie .... Tu!
figghie de Custandine,
a Rome sciste e da Melàne avenìste.
'A Croce de Gesù Tu 'a scupriste.
Com'acchiàste 'a Sànda Croce,
accussij' àcchie .... Tu!
Secondo leggenda, la scoperta della Croce, avvenne casualmente quando l'imperagtrice Elena, attratta dal profumo di una pianta, si avvicinò al cespuglio odoroso e dietro trovò la Croce di Cristo, allora pensò di chiamare la pianta "basilico", cioè pianta degna di un re, proprio perchè sorta nel luogo dove era stata innalzata la croce del "Basilikon" cioè di Cristo Re dei Re.
Il basilico è il
profumo dell'estate per antonomasia, fa parte delle piante usate in cucina, oltre al buonissimo pesto, insaporisce il sugo di pomodoro fresco. Ma il basilico ha anche tante proprietà medicamentose, mia nonna parlava di nu cataplasme (un unguento) preparato pestando le foglie di basilico, che serviva a lenire bruciori e dolori e che unito all'ittiolo era un rimedio per i foruncoli.
Se invece si facevano bollire le foglie si otteneva un infuso che con l'aggiunta di succo di limone veniva usato per frizionare i capelli... li fortifica e li rende più lucidi.
Plinio il Vecchio lo considerava un afrodisiaco in grado di combattere anche gli attacchi epilettici.
Ma ci sono anche molte credenze popolari che riguardano il basilico ...
Si dice che ... allontana le capre dai campi e le zanzare dalle nostre case, ma, per rovescio della medaglia, attira gli scorpioni.
Si dice che ... Regalare il basilico porta fortuna nella casa di chi lo riceve.
Si dice che ... Il profumo del basilico provoca immediata simpatia tra due persone, tant'è che nei paesi dell'est europeo si dice che l'uomo amerà la donna dalle cui mani riceverà un rametto di basilico.
... sarà vero? .... Mah! chissà. Comunque buono a sapersi!!!
In dialetto il basilico viene chiamato Vasenecòle, dal greco βαζιλιχων (Vazilikon) che in greco moderno diventa Vasilixòs.
Il latino lo trasformò in Basilicum, ma nelle regioni meno latinizzate rimase il termine Vasilikon… che non è molto lontano da come lo pronunciamo oggi!
Sia in Greco che in Latino è comunque un termine importante; in greco Vasilias e in latino Basileo si riferiscono a RE.
Anche il termine Basilica (Vasiliki) che col tempo ha acquisito un
significato religioso, inizialmente indicava un edificio costruito o
riservato al re.
Quindi per un pranzo da re, ricordiamoci di aggiungere una foglia di basilico nei nostri piatti.
venerdì 15 agosto 2014
Forta stedda
Agosto è il mese che tutti aspettano per le ferie
il caldo, il mare, le notti in spiaggia passate col naso all’insù
cercando di vedere le stelle cadenti a cui affidare i propri desideri e ….
Ferragosto
... da noi tanto agognato e dalle nostre nonne tanto temuto.
Avete letto bene, "temuto" - ricordo che quando ero piccola le mie nonne mi dicevano sempre di stare attenta … di non uscire …. di non fare il bagno …. o perlomeno di evitare di fare “stuticarìe”….
Ferragosto infatti, tradizionalmente fa parte della triade dei giorni di “forta stedda” assieme a San Giovanni e S.S. Pietro e Paolo – il 24 e 29 giugno e il 15 agosto erano considerati giurne ‘nzignalate (giorni segnati) che erano sotto l'auspicio una cattiva stella , fuoriera di sventure e disgrazie, che non faceva presagire nulla di buono.
Per questo motivo si usava recitare questi versi che esortavano tutti a stare svegli - inteso come vigili, attenti, pronti - e invocavano il vento per spazzare via i cattivi presagi:
Ferragosto
... da noi tanto agognato e dalle nostre nonne tanto temuto.
Avete letto bene, "temuto" - ricordo che quando ero piccola le mie nonne mi dicevano sempre di stare attenta … di non uscire …. di non fare il bagno …. o perlomeno di evitare di fare “stuticarìe”….
Ferragosto infatti, tradizionalmente fa parte della triade dei giorni di “forta stedda” assieme a San Giovanni e S.S. Pietro e Paolo – il 24 e 29 giugno e il 15 agosto erano considerati giurne ‘nzignalate (giorni segnati) che erano sotto l'auspicio una cattiva stella , fuoriera di sventure e disgrazie, che non faceva presagire nulla di buono.
Per questo motivo si usava recitare questi versi che esortavano tutti a stare svegli - inteso come vigili, attenti, pronti - e invocavano il vento per spazzare via i cattivi presagi:
Ddièscete e no’ durmè
Ca le stedde ponne cadè
E tre brutte nuvele ponn’ avenère:
Ca le stedde ponne cadè
E tre brutte nuvele ponn’ avenère:
una porte l’ acque, l’odre ‘u vijente,
l’otre nu brutte presentimente.
Ozete viende e pòrtale’ lundàne,
Ozete viende e pòrtale’ lundàne,
indre a nu vosche oscure,
ca no’ canòsce nisciuna creature
ca no’ canòsce nisciuna creature
In questi giorni, ma soprattutto il giorno di Ferragosto era perentorio il divieto di andare a mare perchè tra coloro che trasgredivano " 'u mare se ne pigghiave une".
Quest’anno con Ferragosto cadente di venerdì ....
alle stelle, cadenti e cattive, si unisce la luna, una luna che solo qualche sera fa si è manifestata in tutto il suo splendore …. e anche qui, riguardo a
superstizioni ci sarebbe da dire… ma queste sono altre storie.
martedì 12 agosto 2014
Venditori ambulanti
Una volta per vendere qualcosa non c'era bisogno di iscrizioni, autorizzazioni, abilitazioni e tutti gli orpelli e balzelli burocratici che occorrono oggi. Chiunque avesse qualcosa da vendere, girava "cu a cascitèdde", o cu nu
carrettìne, con dentro le cose da vendere, gridando frasi
che descrivevano la merce e ne esaltavano le doti ..... e proprio questo era il bello!
A questo proposito mia nonna raccontava un simpatico aneddoto:
C'era il venditore di aceto che girava gridando: " Fort'è l'acìte! Forte!" (forte l'aceto, forte!)
Poi c'era chi vendeva occhiali da lettura e gridava: "Lent' ... lent'!" (gli occhiali erano meglio identificati come lenti)
Il grido dell'ombrellaio invece era: "Para acqua! Para acqua!" (Para acqua! )
Una volta capitarono tutti e tre insieme, uno dietro l'altro e sulla via si sentì questa sequenza ...:
"Forte, l'acìte Forte!"...
e gli altri due a seguire, sembrava quasi smentissero con:
Lent'...lent' !...
Par'acqua!
A questo proposito mia nonna raccontava un simpatico aneddoto:
C'era il venditore di aceto che girava gridando: " Fort'è l'acìte! Forte!" (forte l'aceto, forte!)
Poi c'era chi vendeva occhiali da lettura e gridava: "Lent' ... lent'!" (gli occhiali erano meglio identificati come lenti)
Il grido dell'ombrellaio invece era: "Para acqua! Para acqua!" (Para acqua! )
Una volta capitarono tutti e tre insieme, uno dietro l'altro e sulla via si sentì questa sequenza ...:
"Forte, l'acìte Forte!"...
e gli altri due a seguire, sembrava quasi smentissero con:
Lent'...lent' !...
Par'acqua!
domenica 3 agosto 2014
U’ battepànne
Molti non sanno
neanche di cosa sto parlando, ma non è un demerito, è solo il segno indicativo
della loro giovane età.
I ragazzi oggi conoscono quell’aggeggio che tutte le
sante mattine, anche se non devono andare a scuola, anche a Natale a Pasqua e
ad ogni festa comandata, le loro mamme accendono puntualmente alle sette.
Le nostre nonne per
battere i tappeti, stuoie, materassi e coperte, usavano u’ battepànne.
Era uno strumento a
forma di paletta, fatto di giunchi intrecciati per renderlo leggero, flessibile
e delicato sui tessuti, ma comunque efficace allo scopo.
Era uno strumento
indispensabile in ogni casa, tanto da essere incluso nella “dote” delle ragazze
da marito. Insieme alla scopa e allo scopettone, faceva parte dell’armamentario
che ogni brava casalinga utilizzava per la pulizia della casa.
Battere tappeti,
coperte e materassi era un rito. Nelle mattine di sole, da balconi e terrazzi
proveniva il rumore secco dei battipanni, sferzato in modo vigoroso dalle donne
con colpi cadenzati spesso accompagnati da canti intonati a squarciagola e con un leggero
affanno.
Il vigoroso movimento
del braccio era stancante, per cui all’improvviso i colpi acceleravano in una
frenesia liberatoria, per poi rallentare e quindi cessare del tutto.
Ma il
battipanni non serviva solo a questo. Quando i bambini ne combinavano “ciènd’ e
une”- e ne pensavano
molte di più - e la mamma non sapeva come farsi ascoltare… l’unica soluzione
era mettere mano al battipanni che minacciava di sferzare contro le nostre
gambe.
Minaccia che nella maggior parte dei casi bastava e avanzava, ma gli
irriducibili hanno provato l’ebbrezza del rischio, sfidando Santa Pazienza facevano
leva sull’amore materno che si trasformava in esasperazione e le minacce virtuali
divenivano reali e il battipanni lasciava il segno del suo atterraggio sulla schiena
e sulle gambe del monello di turno.
Ma il bello era la frase della mamma: < e cìtte ca ci u' dicève a ttànete, stasera pruàve a curèscia >
Frase detta per placare le lacrime del pargolo e ... i propri sensi di colpa.
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