'U scarpàre ... tàgghiave su all'òtre-, ma non sapeva quello che in giro si diceva di lui...
Il mestiere del calzolaio è un mestiere che non ha mai avuto una sorte favorevole.
Una
volta si ricorreva al calzolaio quando ci si doveva fare un paio di
scarpe... ma le scarpe si calzavano solo la domenica e "le altre feste
comandate".... perchè di solito si indossavano "zoccol' e chiànelle" .... ma spesso e volentieri si andava scalzi.
Spesso le scarpàre si dedicavano anche ad altri lavori, come:
- mèst' Coseme 'u scarpàre,
che era anche il sacrestano di Santa Caterina e insieme alla moglie
accudiva anche l’ “Ospizio Santa Caterina”, di Vico Ospizio appunto, 'ncocchia a Chiesa di Sande Cosem’e Attamiàne;
- “meste Carmenucce 'u scarpàre” , noto per i suoi "sebburche" che anche i sacerdoti si fermavano a guardare facendosi il segno della croce.
Alcuni vecchi detti e proverbi descrivono benissimo la condizione d'u scarpàre...
- 'U scarpàre tutte 'u giurne ticche e ticche no divente majie ricche -
il calzolaio passava intere giornate ad inchiodare tacchi e suole, ma senza mai arricchirsi...
- 'U Scarpàre ci tène famiglia grànne fàce diebbete capecoda l’anne- il calzolaio se aveva famiglia numerosa era costretto a fare debiti dall'inizio alla fine dell'anno...
- 'U scarpàre e l’acquaiole càmpane sempre come Djie vòle
- il calzolaio e l'acquaiola (venditrice si acqua potabile) vivono
sempre alla giornata arrancando e sperando nella provvidenza di Dio.
Poi
con l'industrializzazione moderna nessuno più "si fa fare le scarpe"...
e così pure le scarpàre che facevano sempre le scarpe a tutti vanno
scomparendo, perchè le industrie hanno fatto le scarpe a loro.
I pochissimi rimasti si dedicano alle piccole riparazioni, ma....fino a quando?
Approposito di scarpàre .... quando una persona da fastidio si usa dire:
ma ci no ssì scarpàre piccè cazze le semenzelle?
e di uno che non sa fare il proprio mestiere si dice che:
quidde è proprie nu scarpàre!
Altro modo di dire che riguarda le scarpe ma richiama la perizia d'u scarpàre è:
"a scarpa de zita" - usato per definire una cosa fatta bene, in modo preciso e facendo attenzione alla rifinitura e ai particolari, come si farebbe per le scarpe di una sposa.
Il matrimonio era un evento importante per cui le famiglie degli sposi, e specie della sposa,
spendevano ingenti cifre per onorare la celebrazione. Ovviamente il
corredo della sposa e l'abito di quel giorno erano in cima alle
priorità, e quindi anche le scarpe erano realizzate con particolare cura
e attenzione.
Storie da gustare e piatti da leggere di una città da riscoprire.
martedì 15 aprile 2014
sabato 8 marzo 2014
Attilia Radice
Cento anni fa nacque a Taranto Attilia Radice ballerina e coreografa italiana.
Fu allieva di E. Cecchetti e di L. Fornaroli nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, dove si diplomò nel 1932. Nello stesso anno esordì al Teatro alla Scala nella Belkis, regina di Saba di Ottorino Respighi.
Interprete del repertorio classico, nonché dei balletti in voga, nel 1935 divenne prima ballerina all'Opera di Roma.
Di solida base classico-accademica, e al contempo dotata di ottime qualità espressive, la Radice si affermò come interprete dei balletti che Aurel Milloss creò per lei, giocando un ruolo non secondario nel rinnovamento della danza italiana del Novecento.
Tra i ruoli più notevoli concepiti per lei da Milloss, e danzati quasi sempre in coppia con il prediletto Guido Lauri, vanno ricordati: Petruška (Roma 1939, nel ruolo della Ballerina, balletto che ebbe anche una provocatoria tournée nella Germania nazista
Fu allieva di E. Cecchetti e di L. Fornaroli nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, dove si diplomò nel 1932. Nello stesso anno esordì al Teatro alla Scala nella Belkis, regina di Saba di Ottorino Respighi.
Interprete del repertorio classico, nonché dei balletti in voga, nel 1935 divenne prima ballerina all'Opera di Roma.
Di solida base classico-accademica, e al contempo dotata di ottime qualità espressive, la Radice si affermò come interprete dei balletti che Aurel Milloss creò per lei, giocando un ruolo non secondario nel rinnovamento della danza italiana del Novecento.
Tra i ruoli più notevoli concepiti per lei da Milloss, e danzati quasi sempre in coppia con il prediletto Guido Lauri, vanno ricordati: Petruška (Roma 1939, nel ruolo della Ballerina, balletto che ebbe anche una provocatoria tournée nella Germania nazista
lunedì 13 gennaio 2014
Appellativi popolari
Ogni società ha una
propria classificazione gerarchica e sono diversi gli appellativi
utilizzati per la designazione degli appartenenti alle varie classi
sociali.
Don - è il titolo per eccellenza, concesso a persona che per età, esperienza o ceto sociale merita rispetto e deferenza - per questo è usato con la dovuta parsimonia e con un certo timore reverenziale.
Mest’ - identifica persona di grande capacità ed esperienza in campo lavorativo (vera, presunta o millantata)
Capo - è l’appellativo dato a chi si vuole compiacere, è molto usato nei rapporti occasionali. Concede autorità e competenza senza creare false illusioni, permette confidenza senza eccedere in malacreanza.
Cumpà - è scambiato tra soggetti di pari grado anche in assenza del vincolo comparatico spirituale. A titolo confidenziale viene usato per ottenere benefici o vantaggi di diversa specie.
Giovane - è l’appellativo generico con cui ci si rivolge di solito ad una persona ritenuta inferiore, per età, esperienza e ceto sociale - consente di stabilire la propria superiorità senza mortificare l'altro.
Ma c'è un appellativo che unisce tutti senza alcun tipo di discriminazione: è il tanto usato, abusato, amato e odiato... Dottò!!!
Don - è il titolo per eccellenza, concesso a persona che per età, esperienza o ceto sociale merita rispetto e deferenza - per questo è usato con la dovuta parsimonia e con un certo timore reverenziale.
Mest’ - identifica persona di grande capacità ed esperienza in campo lavorativo (vera, presunta o millantata)
Capo - è l’appellativo dato a chi si vuole compiacere, è molto usato nei rapporti occasionali. Concede autorità e competenza senza creare false illusioni, permette confidenza senza eccedere in malacreanza.
Cumpà - è scambiato tra soggetti di pari grado anche in assenza del vincolo comparatico spirituale. A titolo confidenziale viene usato per ottenere benefici o vantaggi di diversa specie.
Giovane - è l’appellativo generico con cui ci si rivolge di solito ad una persona ritenuta inferiore, per età, esperienza e ceto sociale - consente di stabilire la propria superiorità senza mortificare l'altro.
Ma c'è un appellativo che unisce tutti senza alcun tipo di discriminazione: è il tanto usato, abusato, amato e odiato... Dottò!!!
domenica 5 gennaio 2014
Le nove vocche.
Realtà o fantasia? Mah! …. Nel dubbio meglio dormire, ma ….. prima di andare a letto meglio rispettare la vecchia tradizione di chiudere “le nove vòcche”… ossia cenare con nove portate.
Certo oggi è facile dire: e che
ci vuole?...
Pasca Befanìa tutte le feste porta via!
... e si festeggia con l’ultimo cenone del periodo tra:
... e si festeggia con l’ultimo cenone del periodo tra:
antipasti di
mare e di terra, primi mare e monti, secondi carne e pesce, contorni dolci e
salati, frutta fresca e secca, dolci, caffè, ammazzacaffè
….. dobbiamo eliminare qualcosa per mangiarne “solo” nove!
….. dobbiamo eliminare qualcosa per mangiarne “solo” nove!
Ma in periodi in cui si faceva fatica ad organizzare nello stesso giorno un
pranzo e una cena, le nove portate erano sostituite da nove cose da mangiare.
Prodotti
del periodo come:
lampasciune rrustute, accio, finucchie, marange, manderine…
ma anche cose che si conservavano durante tutto l’anno per consumarle poi in occasione della vigilia dell'epifania:
marangiàne e scarcioppele sott’olio, diaulicchie salate, cipodde all'acite, pummedore a
pennulare, uva cornele, sete, castagne d’u prevete, fiche cucchiate, uve au spirete...
Tutto serviva a fare numero.
Oggi come ieri la domanda costante durante la cena della Befana è: ame ‘rrevàte a nove? –
quello che cambia
è il seguito:
mentre ieri era: ca nonge m'agghie 'bbinchiate (?)
oggi invece è: ca nonge a fazze cchiù (!!!)
martedì 31 dicembre 2013
L'urteme cunsiglie.
L'urteme giurne de l'anne
sciame tutte scappanne e fuscenne
ma nu vecchie muttette nuestre
diceva: Pe' San Silvestre
no' se fatije e no' se tesse,
no se mette file all'aghe
e manche pettenesse 'ncape.
*Buona fine e Miglior principio a tutti*
mercoledì 25 dicembre 2013
Natale d'u puveriedde
Oggi è Natale e ognuno festeggia come può, spesso dimenticando che c'e anche chi non può festeggiare in nessun modo.
A me piace ricordarlo con una poesia che recitava sempre mio nonno:
Osce è Natale e Sante Ggiuste
è rrevate la nascita de Criste,
a ci s'ha fatte la vesta a ci lu sciuppe
e jie voche alla scazate come a Criste;
ci s'ha mangiate a carne e ci l'arruste
e jie c'u benochele l'agghie viste;
vulè passave sotte de le furche
ma no n'otre Natale come a quiste.
AUGURI
venerdì 1 novembre 2013
LE CHIANGEMUERTE
Veglie, funerali, lutti, una triste realtà oggi vissuta con compostezza, ma una volta erano momenti carichi di usanze e tradizioni ricche di una ritualità antica che si perde nei costumi dell'antico Egitto, della Magna grecia e degli antichi romani.
Famoso ancora oggi il moroloi (μοιρολόι) il canto funebre greco, l’usanza, praticata fino a non molto tempo fa, che durante la veglia funebre imponeva di piangere, lamentarsi, disperarsi, accompagnando il tutto con gesti concitati, dando vita ad una teatrale rappresentazione del dolore.Non a caso ho usato l’aggettivo “teatrale” - perchè l’arte di saper piangere i morti, ereditata dai nostri antenati, non era concessa a tutti, per questo la gente cominciò a chiamare “le chiangemuerte ” … ossia le prefiche, donne vestite con abiti scuri e coperte in viso con un velo nero si recavano a casa del defunto col triste compito di piangerlo e di cantarne le virtù nell'esecuzione de " 'u latuèrne" ossia del lamento funebre, una cantilena che raccontava del defunto rievocando i fatti più salienti o della sua vita.
In questa professione si distinsero le donne calabresi che, segnate dalle frequenti tragedie in mare e dalle morti di lupara, fin da piccole piangevano padri, fratelli e poi mariti e figli, portando un lutto che le tingeva di nero accompagnandole sino alla tomba. A volte rimaste sole si allontanavano dalla Calabria, dalla terra che le aveva tolto insieme ai loro cari, anche la fede. Giravano alla ricerca di poter piangere un morto, perché in questo modo sfogavano il loro dolore. Queste donne che vestite di nero elemosinavano dolore per poter sfogare le lacrime in cui annegava il loro cuore venivano chiamate “mamme calabresi”, e così facendo, dettero vita ad una vera e propria professione che nel Medioevo anche la Chiesa con un mandato ufficiale che "legalizzava" il loro operato, riconobbe e ne sancì il pagamento.
Anche a Taranto fu praticata questa professione. Vico Pentite prende nome dal fatto che proprio in questo vicolo esisteva il Conservatorio delle Pentite, rifugio per povere donne rimaste sole e per “le pentite” (donne che avevano fatto vita di strada, e che per “raggiunti limiti di età” si ritiravano in questo luogo). Queste donne vivevano di carità e molte di loro diventarono prefiche.
'U latuerne era composto da frasi tipiche pronunciate interpretando vari ruoli:
quando moriva un uomo, la vedova, la mamma, la sorella diceva:
"Ha rrevàt'u viènde riefele
ca jatàve d'a marine
s'ha 'nfelàte a casa meije
e ha spezzàte 'a megghia cima"
"O morte, morte
quanda cose sape fàre,
ha trasute a casa mejie
e ha spezzate 'a megghia trave"
Una mamma distrutta dalla morte del figlio:
"T'aspètte figghie mije 'nzìgne a le trète,
ma quanne vèche ca no'nge aviène,
allora hagghia mettere sottasuse
'a case, l'urtàle e 'u larie
e hagghia lucculà pe sembre, ci no'nge aviene!"
oppure:
"Accussì 'ngràte è 'u destìne,
accussì triste è 'a nature.
Pò nascere ancòre l'erve
e finì l'alberatùre
maje cchiù frutte sarà mature.
Stu dulore a da durà, core de mamme
'nzigne a quanne 'stù core dure."
ma anche:
"d'addò venne sta morte?
stàve 'npiede, po' ncapetàle
e me sendève suffucàre
me credève ca era 'u miedeche
trasùte pe sanàre
'mbèce er'a morte
ca m'era venute a caresciàre"
e per finire:
"Pò chiovere de Pasca,
a Natale nivicàre
ma p'u figghie mije
no ppò cchiù chiaresciàre"
Rivolti alle prefiche:
"luàteve stù bbanchette è 'u mije"
la vedova che si rivolgeva al marito morto:
“Te n'è vulàste come n’acjiedde!”
...
“Agghie perse ‘a culònne de casa – mo' po’ sgarrà tutte cose!”
...
“E lassàte na casa vacànde!”
I figli alla madre:
“A mà piccè no me parle cchiù!”
...
“Mà uèzete e damme mazzàte ca ma scè fatià!”
"luàteve stù bbanchette è 'u mije"
la vedova che si rivolgeva al marito morto:
“Te n'è vulàste come n’acjiedde!”
...
“Agghie perse ‘a culònne de casa – mo' po’ sgarrà tutte cose!”
...
“E lassàte na casa vacànde!”
I figli alla madre:
“A mà piccè no me parle cchiù!”
...
“Mà uèzete e damme mazzàte ca ma scè fatià!”
“Figghie rispunne a mammete n’otra vòta sola!”
Mia nonna raccontava di una veglia funebre,per una giovane donna morta dopo aver messo al mondo un bel bambino, in cui la frase ricorrente ripetuta dal marito era:
“Signore, m’è lassàte nu chile e t’è pigghiàte nu quindàle!”
Frasi che ricordavano gesti di vita quotidiana, a volte senza senso, che a volte rubavano un sorriso ma servivano a sfogare il dolore di quei momenti.
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