domenica 3 agosto 2014

U’ battepànne





Molti non sanno neanche di cosa sto parlando, ma non è un demerito, è solo il segno indicativo della loro giovane età. 
I ragazzi oggi conoscono quell’aggeggio che tutte le sante mattine, anche se non devono andare a scuola, anche a Natale a Pasqua e ad ogni festa comandata, le loro mamme accendono puntualmente alle sette.

Le nostre nonne per battere i tappeti, stuoie, materassi e coperte, usavano u’ battepànne.
Era uno strumento a forma di paletta, fatto di giunchi intrecciati per renderlo leggero, flessibile e delicato sui tessuti, ma comunque efficace allo scopo.







Era uno strumento indispensabile in ogni casa, tanto da essere incluso nella “dote” delle ragazze da marito. Insieme alla scopa e allo scopettone, faceva parte dell’armamentario che ogni brava casalinga utilizzava per la pulizia della casa.
Battere tappeti, coperte e materassi era un rito. Nelle mattine di sole, da balconi e terrazzi proveniva il rumore secco dei battipanni, sferzato in modo vigoroso dalle donne con colpi cadenzati spesso accompagnati da canti  intonati a squarciagola e con un leggero affanno.
Il vigoroso movimento del braccio era stancante, per cui all’improvviso i colpi acceleravano in una frenesia liberatoria, per poi rallentare e quindi cessare del tutto.

Ma il battipanni non serviva solo a questo. Quando i bambini ne combinavano “ciènd’ e une”- e ne pensavano molte di più - e la mamma non sapeva come farsi ascoltare… l’unica soluzione era mettere mano al battipanni che minacciava di sferzare contro le nostre gambe. 
Minaccia che nella maggior parte dei casi bastava e avanzava, ma gli irriducibili hanno provato l’ebbrezza del rischio, sfidando Santa Pazienza facevano leva sull’amore materno che si trasformava in esasperazione e le minacce virtuali divenivano reali e il battipanni lasciava il segno del suo atterraggio sulla schiena e sulle gambe del monello di turno.
Ma il bello era la frase della mamma: < e cìtte ca ci u' dicève a ttànete, stasera pruàve a curèscia >


  Frase detta per placare le lacrime del pargolo e ... i propri sensi di colpa. 








mercoledì 9 luglio 2014

Anna Fougez


Il 9 luglio 1894 nasceva a Taranto Anna Pappacena Laganà - che diventerà famosa come Anna Fougez -

Bellissima, occhi grandi, gambe perfette, sapeva cantare, ballare, recitare, era una vera soubrette, anzi  "una sciantosa ", la più grande del suo tempo”.  

Debuttò a soli 9 anni in un teatrino di Ventimiglia, con una performance canora e da quel giorno non si fermò più. 
La sua affascinante e movimentata vita artistica la portò ad essere una donna molto sicura e forte che per quarant’anni riuscì a dominare completamente la scena italiana. 
Aveva uno stile tutto suo, vestiva spesso di molti piumaggi e sovente creava ella stessa i suoi capi d’abbigliamento.








 La “Signora del varietà italiano” assunse il nome d’arte di Anna Fougez, e la sua classe innata, nonchè la sua splendida voce la portarono a raggiungere le più alte vette del panorama artistico del tempo. Una donna che si è fatta da sè, a partire dai vestiti sino ad arrivare alla sua estrosa ed esuberante personalità: una tarantina che ha fatto del suo essere donna, il suo mestiere.

mercoledì 2 luglio 2014

Sdrèuse, giargianìse e ghiègghiere




Oggi si parla troppo e si comunica poco e male.
Nel titolo ci sono tre modi per indicare qualcosa di strano e poco comprensibile.
 
Usiamo l’aggettivo “sdrèuse” per definire ogni cosa o situazione strana.
Una persona strana  diventa:  nu’ tipe sdrèuse
una pettinatura stramba è:  capidde sdrèuse
chi parla in modo veloce e incomprensibile: parle sdrèuse;
mentre di uno straniero si dice: quidde è sdrèuse.
 
Ma ci sono altri termini che sono poco conosciuti ...

Cè stè parle giargianèse?” Espressione che potrebbe essere tradotta: Ma che lingua parli?
Giargianése infatti, è un altro termine usato per definire una parlata incomprensibile.
Questo aggettivo  in effetti, indicava i commercianti che arrivavano a Taranto dalla Basilicata o dalla Capitanata, per acquistare i prodotti delle nostre terre: prevalentemente uva e vino, ma anche pomodori, olive, olio.
Siccome ogni commerciante quando deve acquistare cerca in tutti i modi di “fare l’affare” a discapito di chi gli vende la merce,  anche l’aggettivo “giargianèse” per estensione è sinonimo di “imbroglione”, quindi dire a qualcuno: " Cè stè parle giargianèse?" significa: Me stè ‘mbruegghie? – mi stai imbrogliando? 

Ma non finisce qui ... Il termine più bello è: ghiègghiere.
“Le chiacchiere le fanne le ghiègghiere” Un vecchio detto che associa le chiacchiere alle ghiègghiere e viceversa, facendo capire che “le ghiègghiere” hanno la favella sciolta e incomprensibile, ma chi sono?
 

Mia nonna usava spesso questo modo di dire, per definire persone ciarliere, per smorzare discussioni inutili, oppure quando gli facevo domande su cose dette da  loro “grandi”  che io “piccola” non avrei dovuto ascoltare. 
Una volta quando mi disse: “ehee!  No dà denzia… Le chiacchiere le fanne le ghiègghiere!”  io gli chiesi: “nonna, ci so’ le ghiègghiere?”  lei non indugiò e mi rispose subito: “cristiàne cu’ do’ lenghe e senza terra”
La prodiga immaginazione fanciullesca mi portava ad immaginare degli omoni con due lingue che girovagavano come gli zingari – idea che mi impauriva impedendomi di fare altre domande.
 

Da grande ho scoperto che quei  “cristiane cu’ do’ lenghe” erano i Sammarzanesi , le cui vicende storiche  contemplano anche l’invasione di San Marzano da parte degli albanesi, che si insediarono sul territorio appropriandosi anche delle terre, privandone i nativi della zona per questo definiti  “senza terra”. 
I  sammarzanesi, però, impararono la lingua degli invasori, il ghego, da cui l'aggettivo ghiegghiere: che parla ghego.

Essendo incomprensibile per le popolazioni vicine, la nuova lingua si rivelò utile in molte occasioni per scampare agli imbrogli, ma fu anche utilizzata dagli imbroglioni per truffare i poveretti che cadevano nei loro inganni – per questo “ ghiegghiere”,  è anche sinonimo di imbroglione.



sabato 3 maggio 2014

U’ mèst d’ascia

In una città come Taranto, economicamente adagiata tra mari e terre, una figura importante era quella di - U’ mèst d’ascia - che era colui che costruiva vàrche, sckive, parànze,  ma anche  traine, carrozze,  e pure botti, tini, barili…
Lavoravano tutto con l’ausilio di un’ascia e la loro maestria nel lavorare, intagliare e curvare il legno a caldo, dove manifestavano  tutta la loro bravura.

Erano ricercati per la costruzione degli scafi delle navi... e per l'assemblaggio delle ruote dei carri.
Ma u’ mèst d’ascie era bravo anche a fare oggetti casalinghi di uso quotidiano, per questo ci si rivolgeva a lui per commissionargli alcuni oggetti di arredamento che facevano parte della dote, come 
“siggitèdde”  -  sedie larghe e basse dalla seduta comoda
– scannitjiedde –
piccoli scanni usati per mungere, per accendere il fuoco indre a furnacètte.
Ma c’era un oggetto che era presente in tutte le casa, il suo posto era “suse a pila”,  ed era usato tutti i giorni, da tutte le donne …
u’ stricature - la tavola di legno dentellata che veniva usata per lavare i panni, anzi “pe stricà le ‘robbe”.
E’ un oggetto usato ancora oggi, anche se la sua manifattura è di tipo industriale, ma un tempo anche  u’ stricature nasceva sotto i colpi, secchi studiati e precisi  degli abili mest’  d’ascie.

martedì 15 aprile 2014

'U scarpàre

'U scarpàre ... tàgghiave su all'òtre-, ma non sapeva quello che in giro si diceva di lui...

Il mestiere del calzolaio è un mestiere che non ha mai avuto una sorte favorevole.
Una volta si ricorreva al calzolaio quando ci si doveva fare un paio di scarpe... ma le scarpe si calzavano solo la domenica e "le altre feste comandate".... perchè di solito si indossavano "zoccol' e chiànelle" .... ma spesso e volentieri si andava scalzi.
Spesso le scarpàre si dedicavano anche ad altri lavori, come:

mèst' Coseme 'u scarpàre, che era anche il sacrestano di Santa Caterina e insieme alla moglie accudiva anche l’ “Ospizio  Santa Caterina”, di Vico Ospizio appunto, 'ncocchia a Chiesa di Sande  Cosem’e Attamiàne;

-  “meste Carmenucce 'u scarpàre” , noto per i suoi  "sebburche"  che anche i sacerdoti si fermavano a guardare facendosi il segno della croce.


Alcuni vecchi detti e proverbi descrivono benissimo la condizione d'u scarpàre...

- 'U scarpàre tutte 'u giurne ticche e ticche no divente majie ricche -
il calzolaio passava intere giornate ad inchiodare tacchi e suole, ma senza mai arricchirsi...
- 'U Scarpàre ci tène famiglia grànne fàce diebbete capecoda l’anne- il calzolaio se aveva famiglia numerosa era costretto a fare debiti dall'inizio alla fine dell'anno...
- 'U scarpàre e l’acquaiole càmpane sempre come Djie vòle - il calzolaio e l'acquaiola (venditrice si acqua potabile) vivono sempre alla giornata arrancando e sperando nella provvidenza di Dio.


Poi con l'industrializzazione moderna nessuno più "si fa fare le scarpe"... e così pure le scarpàre che facevano sempre le scarpe a tutti vanno scomparendo, perchè le industrie hanno fatto le scarpe a loro.
I pochissimi rimasti si dedicano alle piccole riparazioni, ma....fino a quando?

Approposito di scarpàre .... quando una persona da fastidio si usa dire:

ma ci no ssì scarpàre piccè cazze le semenzelle?

e di uno che non sa fare il proprio mestiere si dice che:

quidde è proprie nu scarpàre!





Altro modo di dire che riguarda le scarpe ma richiama la perizia d'u scarpàre è:
"a scarpa de zita"  - usato per definire una cosa fatta bene, in modo preciso e facendo attenzione alla rifinitura e ai particolari, come si farebbe per le scarpe di una sposa.
Il matrimonio era un evento importante per cui le famiglie degli sposi, e specie della sposa, spendevano ingenti cifre per onorare la celebrazione. Ovviamente il corredo della sposa e l'abito di quel giorno erano in cima alle priorità, e quindi anche le scarpe erano realizzate con particolare cura e attenzione.