giovedì 4 febbraio 2016

Cazune tarandìne



Taranto non ha un modo particolare per festeggiare il carnevale, non ha una maschera tipica ne tradizione storica di carri allegorici. Il carnevale tarantino è una festa fatta di serate goliardiche passate divertendosi con parenti e amici. Quando si riunisce la famiglia c’è sempre una tavola imbandita, ed è a Tavola che Taranto ha la sua tradizione carnascialesca.

Il giovedì grasso, l'ultima domenica e il martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, il piatto tipico  è “ chiancaredde e cazune “ conditi con un  ragù di purpiètte e sazìzze.

Le  orecchiette e le polpette, immancabili nei giorni festivi, vengono servite con i calzoni ripieni di ricotta  lavorata con uova e zucchero. 









Si, i calzoni sono dolci e vengono 
conditi, come le orecchiette, con un ragù di polpette e salsiccia. 

Dolce e salato, un connubio di sapori molto particolare, che i tarantini si concedono solo a Carnevale, periodo in cui  tutto è concesso e  l’esagerazione è giustificata dall’imminente periodo di astinenza della Quaresima.




mercoledì 11 novembre 2015

LA NOTTE DEL “GIUDIZIO” DI TARANTO






La sera dell’ 11 novembre 1940 la luna piena illuminava la serata di San Martino, quando alle 19:30 la sirena dell’allarme aereo cominciò a suonare. I fumogeni sulle chiatte del Mar Piccolo erano già in funzione. Dopo un ora iniziò il fuoco delle batterie contraeree, concentrate sul Mar Piccolo e sull’Arsenale M.M. I razzi luminosi illuminarono a giorno tutto il borgo.
La pausa del fuoco antiaereo non fece scattare la sirena del cessato allarme, e questo preoccupò tutti convinti che qualcosa di peggio stesse per accadere.
Erano appena passate le 23:00 quando sul porto, dove erano ormeggiate sei corazzate della Marina Militare: Giulio Cesare, Caio Duilio, Cavour ,  Andrea Doria e le nuovissime Vittorio Veneto e Littorio, sopraggiunsero di sorpresa 12 aerei inglesi: due bengalieri, quattro bombardieri e sei aereosiluranti.
Era cominciata “ l’operazione Judgement” (operazione giudizio), così come era stato chiamato dagli inglesi, l’attacco alla supremazia militare della flotta italiana nel Mediterraneo.


Mentre la contraerei ha iniziato un intenso fuoco di sbarramento contro l' obbiettivo mobile, quasi invisibile nonostante la luna piena, i bombardieri sganciano le prime bombe, sulle corazzate illuminate dai bengala.
La corazzata Conte Cavour
 
Circa dieci minuti dopo, uno dei bombardieri, a motore spento, in picchiata colpisce la Cavour appena prima di essere abbattuto.
Quasi contemporaneamente anche la Duilio e la Littorio vengono colpite,  prima di una tregua.
Nave Caio Duilio
Dopo appena cinque minuti, gli swordfish inglesi tornarono per scatenarsi contro la flotta italiana fino alle 00:30, quando fecero ritorno alla base.
Il rombo degli aerei e gli scoppi dei missili furono sostituiti dalle sirene dei mezzi di soccorso che si dirigevano verso il porto. Nessuno aveva ancora capito cosa era successo.
Nave Littorio
All’alba i pescatori andarono a lavorare, come facevano sempre, ma dovettero ritornare indietro perché il canale navigabile era consentito solo ai militari e ai mezzi di emergenza, ma furono loro che, per primi, diffusero la notizia dell’affondamento delle navi.
Il passaparola fu immediato e i Tarantini si riversarono sulla ringhiera del  lungomare ad assistere allo scenario triste delle navi più belle della Marina che giacevano in un mare oleoso. 
I danni subiti dalle navi furono ingenti e si deve alla perizia dei comandanti e degli equipaggi se non affondarono, perché riuscirono aportarle sui fondali bassi, dai quali, poi, furono disincagliate dai tecnici e dalle maestranze dell’Arsenale M.M.
 
Tre bombe avevano colpito la Littorio, dove persero la vita 23 uomini;
Una bomba aveva colpito la Cavour, dove morirono 16 uomini;
Una bomba aveva colpito la Duilio, dove ci fu solo un morto.

Questi “i numeri” del dolore dei  Tarantini,  sgomenti difronte alle assurdità della guerra. 





lunedì 5 ottobre 2015

Le gelàte d’u’ furne




“S’hanne rutte le tìempe”
Questa la frase pronunciata all’arrivo dei primi temporali estivi  che salutano l’estate e accolgono l’autunno.
In realtà nulla di catastrofico, le spiagge sono ancora  frequentate e lo scirocco persiste ancora ma ormai  “l’àrie ha cangiàte”… e pure lo spirito. Già, si comincia a provare nostalgia delle vacanze, del mare …e dei gelati.
E’ vero che oggi i gelati si trovano tutto l’anno, ma chissà quanti di voi, come me, quando da piccoli continuavano a chiedere il gelato,  si sono sentiti dire:  "stàtte sòte ca mo’ arrìvene le gelàte d’u furne"…   

Frase inquietante che scatenava golosità e fantasia, e ci portava a chiederci: "Ma se i gelati si sciolgono tra le mani come fanno ad andare in forno?" . Questa la curiosità che superava la “nanca” e ci lasciava lì, buoni buoni  ad  aspettare…. Ma i gelati non arrivavano mai, men che meno quelli del forno…   
Bello poi da grandi scoprire che non ci avevano preso in giro perché  "le gelàte d’u furne" non erano  il parto prematuro di  una strapazzata fantasia popolare, ma una  specialità pasticcera dell’inizio del secolo scorso, servita nella pasticceria Lippolis di Bari. 
Pare che il suo inventore (probabilmente il proprietario della pasticceria) ebbe l'idea di racchiudere il gelato  farcito di mandorle e canditi, nel pan di spagna e prima di servirlo lo riscaldava nel  forno… una vera leccornia!
Ma non si può far altro che continuare ad immaginarne aspetto e sapore,  perché  il gelato al forno è scomparso  col suo inventore,  e nessuno fino ad oggi lo ha più riproposto… 

Quello che è rimasto è il modo di dire: mo’ avènene  le gelàte d’u’ furne
Una forma de ntartiène per i piccoli di ieri, che farebbe effetto anche sui bambini di oggi.
 
Per i grandi invece indica un evento che non avverrà mai – oppure viene usato  in risposta a chi si ostina a chiedere  qualcosa che non potrà mai ottenere.

domenica 5 luglio 2015

Càpe o lettere



La vita è un susseguirsi di scelte. Ogni attimo si conclude con una scelta, tra si o no, bene o male, dire o fare,  andare o restare, dormire o alzarsi,  bere o mangiare  …. e non sempre  è facile decidere,  perché ogni decisione porta delle conseguenze. E allora?...
Ci si affida al caso, ed uno dei  metodi più utilizzati è il Testa o croce, un modo per scegliere  tra due possibilità utilizzando una moneta . Consiste nell'associare le due scelte possibili alle due facce della moneta, e a considerare estratta la scelta relativa alla faccia visibile dopo averla lanciata in aria. 
Un criterio di scelta che appaga anche la voglia di giocare, tanto da dare vita e nome ad un gioco consistente nello scommettere ed indovinare  la faccia della moneta  visibile dopo il lancio.
Il nome di Testa o croce è dovuto al fatto che le monete recavano su un verso la faccia del  regnante e sull’altro una croce.
Classico esempio italiano sono le due lire del 1861 recanti su un lato la testa di Vittorio Emanuele II e sull’altro la croce sabauda.

Per noi tarantini questo gioco prende il nome di  càpe o lettere , dove
“Cape”  indica il fronte della moneta su cui è stampata la testa, di fronte o di profilo del sovrano, del capo di stato, di un personaggio famoso …

 “Lettere”  indica il retro della moneta,  su cui viene riportato il suo valore  di scambio.

Questo deriva dal fatto che le prime banconote,  erano delle “lettere di scambio” con cui le banche autorizzavano i loro clienti ad effettuare i loro pagamenti  senza l’uso di monete, e garantivano ai possessori di queste lettere, di poterle cambiare presso altra banca, ottenendone il corrispettivo.
Per estensione, il retro delle monete, indicante il valore di scambio delle stesse, venne chiamato “lettera”. 

Questo gioco era praticato già nella  Roma repubblicana col nome di "navis aut caput" (nave o testa) perché sulle monete di quel periodo riportavano su una faccia una nave e sull’altra la testa di un Dio o del Console sotto il cui governo erano state coniate.


 In realtà questo gioco ha origine più antiche, probabilmente da un gioco in voga nell’antica Grecia,  l’ostrakinda, che utilizzava una conchiglia o un coccio con una delle due facce colorata di nero.
Un giocatore lanciava in aria la conchiglia o il coccio, dicendo:  "nux kai hemera" (giorno o notte) e l’altro giocatore doveva indovinare quale faccia si sarebbe mostrata dopo il lancio.