In una città come Taranto, economicamente adagiata tra mari e terre, una figura importante era quella di - U’ mèst d’ascia - che era colui che costruiva vàrche, sckive, parànze, ma anche traine, carrozze, e pure botti, tini, barili…
Lavoravano
tutto con l’ausilio di un’ascia e la loro maestria nel lavorare,
intagliare e curvare il legno a caldo, dove manifestavano tutta la loro
bravura.
Erano ricercati per la costruzione degli scafi delle navi... e per l'assemblaggio delle ruote dei carri.
Ma
u’ mèst d’ascie era bravo anche a fare oggetti casalinghi di uso
quotidiano, per questo ci si rivolgeva a lui per commissionargli alcuni
oggetti di arredamento che facevano parte della dote, come
“siggitèdde” - sedie larghe e basse dalla seduta comoda
– scannitjiedde – piccoli scanni usati per mungere, per accendere il fuoco indre a furnacètte.
Ma
c’era un oggetto che era presente in tutte le casa, il suo posto era
“suse a pila”, ed era usato tutti i giorni, da tutte le donne …
u’ stricature - la tavola di legno dentellata che veniva usata per lavare i panni, anzi “pe stricà le ‘robbe”.
E’ un oggetto usato ancora oggi, anche se la sua manifattura è di tipo industriale, ma un tempo anche u’ stricature nasceva sotto i colpi, secchi studiati e precisi degli abili mest’ d’ascie.
Storie da gustare e piatti da leggere di una città da riscoprire.
sabato 3 maggio 2014
martedì 15 aprile 2014
'U scarpàre
'U scarpàre ... tàgghiave su all'òtre-, ma non sapeva quello che in giro si diceva di lui...
Il mestiere del calzolaio è un mestiere che non ha mai avuto una sorte favorevole.
Una volta si ricorreva al calzolaio quando ci si doveva fare un paio di scarpe... ma le scarpe si calzavano solo la domenica e "le altre feste comandate".... perchè di solito si indossavano "zoccol' e chiànelle" .... ma spesso e volentieri si andava scalzi.
Spesso le scarpàre si dedicavano anche ad altri lavori, come:
- mèst' Coseme 'u scarpàre, che era anche il sacrestano di Santa Caterina e insieme alla moglie accudiva anche l’ “Ospizio Santa Caterina”, di Vico Ospizio appunto, 'ncocchia a Chiesa di Sande Cosem’e Attamiàne;
- “meste Carmenucce 'u scarpàre” , noto per i suoi "sebburche" che anche i sacerdoti si fermavano a guardare facendosi il segno della croce.
Alcuni vecchi detti e proverbi descrivono benissimo la condizione d'u scarpàre...
- 'U scarpàre tutte 'u giurne ticche e ticche no divente majie ricche -
il calzolaio passava intere giornate ad inchiodare tacchi e suole, ma senza mai arricchirsi...
- 'U Scarpàre ci tène famiglia grànne fàce diebbete capecoda l’anne- il calzolaio se aveva famiglia numerosa era costretto a fare debiti dall'inizio alla fine dell'anno...
- 'U scarpàre e l’acquaiole càmpane sempre come Djie vòle - il calzolaio e l'acquaiola (venditrice si acqua potabile) vivono sempre alla giornata arrancando e sperando nella provvidenza di Dio.
Poi con l'industrializzazione moderna nessuno più "si fa fare le scarpe"... e così pure le scarpàre che facevano sempre le scarpe a tutti vanno scomparendo, perchè le industrie hanno fatto le scarpe a loro.
I pochissimi rimasti si dedicano alle piccole riparazioni, ma....fino a quando?
Approposito di scarpàre .... quando una persona da fastidio si usa dire:
ma ci no ssì scarpàre piccè cazze le semenzelle?
e di uno che non sa fare il proprio mestiere si dice che:
quidde è proprie nu scarpàre!
Altro modo di dire che riguarda le scarpe ma richiama la perizia d'u scarpàre è:
"a scarpa de zita" - usato per definire una cosa fatta bene, in modo preciso e facendo attenzione alla rifinitura e ai particolari, come si farebbe per le scarpe di una sposa.
Il matrimonio era un evento importante per cui le famiglie degli sposi, e specie della sposa, spendevano ingenti cifre per onorare la celebrazione. Ovviamente il corredo della sposa e l'abito di quel giorno erano in cima alle priorità, e quindi anche le scarpe erano realizzate con particolare cura e attenzione.
Il mestiere del calzolaio è un mestiere che non ha mai avuto una sorte favorevole.
Una volta si ricorreva al calzolaio quando ci si doveva fare un paio di scarpe... ma le scarpe si calzavano solo la domenica e "le altre feste comandate".... perchè di solito si indossavano "zoccol' e chiànelle" .... ma spesso e volentieri si andava scalzi.
Spesso le scarpàre si dedicavano anche ad altri lavori, come:
- mèst' Coseme 'u scarpàre, che era anche il sacrestano di Santa Caterina e insieme alla moglie accudiva anche l’ “Ospizio Santa Caterina”, di Vico Ospizio appunto, 'ncocchia a Chiesa di Sande Cosem’e Attamiàne;
- “meste Carmenucce 'u scarpàre” , noto per i suoi "sebburche" che anche i sacerdoti si fermavano a guardare facendosi il segno della croce.
Alcuni vecchi detti e proverbi descrivono benissimo la condizione d'u scarpàre...
- 'U scarpàre tutte 'u giurne ticche e ticche no divente majie ricche -
il calzolaio passava intere giornate ad inchiodare tacchi e suole, ma senza mai arricchirsi...
- 'U Scarpàre ci tène famiglia grànne fàce diebbete capecoda l’anne- il calzolaio se aveva famiglia numerosa era costretto a fare debiti dall'inizio alla fine dell'anno...
- 'U scarpàre e l’acquaiole càmpane sempre come Djie vòle - il calzolaio e l'acquaiola (venditrice si acqua potabile) vivono sempre alla giornata arrancando e sperando nella provvidenza di Dio.
Poi con l'industrializzazione moderna nessuno più "si fa fare le scarpe"... e così pure le scarpàre che facevano sempre le scarpe a tutti vanno scomparendo, perchè le industrie hanno fatto le scarpe a loro.
I pochissimi rimasti si dedicano alle piccole riparazioni, ma....fino a quando?
Approposito di scarpàre .... quando una persona da fastidio si usa dire:
ma ci no ssì scarpàre piccè cazze le semenzelle?
e di uno che non sa fare il proprio mestiere si dice che:
quidde è proprie nu scarpàre!
Altro modo di dire che riguarda le scarpe ma richiama la perizia d'u scarpàre è:
"a scarpa de zita" - usato per definire una cosa fatta bene, in modo preciso e facendo attenzione alla rifinitura e ai particolari, come si farebbe per le scarpe di una sposa.
Il matrimonio era un evento importante per cui le famiglie degli sposi, e specie della sposa, spendevano ingenti cifre per onorare la celebrazione. Ovviamente il corredo della sposa e l'abito di quel giorno erano in cima alle priorità, e quindi anche le scarpe erano realizzate con particolare cura e attenzione.
sabato 8 marzo 2014
Attilia Radice
Cento anni fa nacque a Taranto Attilia Radice ballerina e coreografa italiana.
Fu allieva di E. Cecchetti e di L. Fornaroli nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, dove si diplomò nel 1932. Nello stesso anno esordì al Teatro alla Scala nella Belkis, regina di Saba di Ottorino Respighi.
Interprete del repertorio classico, nonché dei balletti in voga, nel 1935 divenne prima ballerina all'Opera di Roma.
Di solida base classico-accademica, e al contempo dotata di ottime qualità espressive, la Radice si affermò come interprete dei balletti che Aurel Milloss creò per lei, giocando un ruolo non secondario nel rinnovamento della danza italiana del Novecento.
Tra i ruoli più notevoli concepiti per lei da Milloss, e danzati quasi sempre in coppia con il prediletto Guido Lauri, vanno ricordati: Petruška (Roma 1939, nel ruolo della Ballerina, balletto che ebbe anche una provocatoria tournée nella Germania nazista
Fu allieva di E. Cecchetti e di L. Fornaroli nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, dove si diplomò nel 1932. Nello stesso anno esordì al Teatro alla Scala nella Belkis, regina di Saba di Ottorino Respighi.
Interprete del repertorio classico, nonché dei balletti in voga, nel 1935 divenne prima ballerina all'Opera di Roma.
Di solida base classico-accademica, e al contempo dotata di ottime qualità espressive, la Radice si affermò come interprete dei balletti che Aurel Milloss creò per lei, giocando un ruolo non secondario nel rinnovamento della danza italiana del Novecento.
Tra i ruoli più notevoli concepiti per lei da Milloss, e danzati quasi sempre in coppia con il prediletto Guido Lauri, vanno ricordati: Petruška (Roma 1939, nel ruolo della Ballerina, balletto che ebbe anche una provocatoria tournée nella Germania nazista
lunedì 13 gennaio 2014
Appellativi popolari
Ogni società ha una
propria classificazione gerarchica e sono diversi gli appellativi
utilizzati per la designazione degli appartenenti alle varie classi
sociali.
Don - è il titolo per eccellenza, concesso a persona che per età, esperienza o ceto sociale merita rispetto e deferenza - per questo è usato con la dovuta parsimonia e con un certo timore reverenziale.
Mest’ - identifica persona di grande capacità ed esperienza in campo lavorativo (vera, presunta o millantata)
Capo - è l’appellativo dato a chi si vuole compiacere, è molto usato nei rapporti occasionali. Concede autorità e competenza senza creare false illusioni, permette confidenza senza eccedere in malacreanza.
Cumpà - è scambiato tra soggetti di pari grado anche in assenza del vincolo comparatico spirituale. A titolo confidenziale viene usato per ottenere benefici o vantaggi di diversa specie.
Giovane - è l’appellativo generico con cui ci si rivolge di solito ad una persona ritenuta inferiore, per età, esperienza e ceto sociale - consente di stabilire la propria superiorità senza mortificare l'altro.
Ma c'è un appellativo che unisce tutti senza alcun tipo di discriminazione: è il tanto usato, abusato, amato e odiato... Dottò!!!
Don - è il titolo per eccellenza, concesso a persona che per età, esperienza o ceto sociale merita rispetto e deferenza - per questo è usato con la dovuta parsimonia e con un certo timore reverenziale.
Mest’ - identifica persona di grande capacità ed esperienza in campo lavorativo (vera, presunta o millantata)
Capo - è l’appellativo dato a chi si vuole compiacere, è molto usato nei rapporti occasionali. Concede autorità e competenza senza creare false illusioni, permette confidenza senza eccedere in malacreanza.
Cumpà - è scambiato tra soggetti di pari grado anche in assenza del vincolo comparatico spirituale. A titolo confidenziale viene usato per ottenere benefici o vantaggi di diversa specie.
Giovane - è l’appellativo generico con cui ci si rivolge di solito ad una persona ritenuta inferiore, per età, esperienza e ceto sociale - consente di stabilire la propria superiorità senza mortificare l'altro.
Ma c'è un appellativo che unisce tutti senza alcun tipo di discriminazione: è il tanto usato, abusato, amato e odiato... Dottò!!!
domenica 5 gennaio 2014
Le nove vocche.
Realtà o fantasia? Mah! …. Nel dubbio meglio dormire, ma ….. prima di andare a letto meglio rispettare la vecchia tradizione di chiudere “le nove vòcche”… ossia cenare con nove portate.
Certo oggi è facile dire: e che
ci vuole?...
Pasca Befanìa tutte le feste porta via!
... e si festeggia con l’ultimo cenone del periodo tra:
... e si festeggia con l’ultimo cenone del periodo tra:
antipasti di
mare e di terra, primi mare e monti, secondi carne e pesce, contorni dolci e
salati, frutta fresca e secca, dolci, caffè, ammazzacaffè
….. dobbiamo eliminare qualcosa per mangiarne “solo” nove!
….. dobbiamo eliminare qualcosa per mangiarne “solo” nove!
Ma in periodi in cui si faceva fatica ad organizzare nello stesso giorno un
pranzo e una cena, le nove portate erano sostituite da nove cose da mangiare.
Prodotti
del periodo come:
lampasciune rrustute, accio, finucchie, marange, manderine…
ma anche cose che si conservavano durante tutto l’anno per consumarle poi in occasione della vigilia dell'epifania:
marangiàne e scarcioppele sott’olio, diaulicchie salate, cipodde all'acite, pummedore a
pennulare, uva cornele, sete, castagne d’u prevete, fiche cucchiate, uve au spirete...
Tutto serviva a fare numero.
Oggi come ieri la domanda costante durante la cena della Befana è: ame ‘rrevàte a nove? –
quello che cambia
è il seguito:
mentre ieri era: ca nonge m'agghie 'bbinchiate (?)
oggi invece è: ca nonge a fazze cchiù (!!!)
martedì 31 dicembre 2013
L'urteme cunsiglie.
L'urteme giurne de l'anne
sciame tutte scappanne e fuscenne
ma nu vecchie muttette nuestre
diceva: Pe' San Silvestre
no' se fatije e no' se tesse,
no se mette file all'aghe
e manche pettenesse 'ncape.
*Buona fine e Miglior principio a tutti*
mercoledì 25 dicembre 2013
Natale d'u puveriedde
Oggi è Natale e ognuno festeggia come può, spesso dimenticando che c'e anche chi non può festeggiare in nessun modo.
A me piace ricordarlo con una poesia che recitava sempre mio nonno:
Osce è Natale e Sante Ggiuste
è rrevate la nascita de Criste,
a ci s'ha fatte la vesta a ci lu sciuppe
e jie voche alla scazate come a Criste;
ci s'ha mangiate a carne e ci l'arruste
e jie c'u benochele l'agghie viste;
vulè passave sotte de le furche
ma no n'otre Natale come a quiste.
AUGURI
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