venerdì 29 ottobre 2010

"Pace a nujie e Paradìse a Vujie"

Tra pochi giorni  è la festa di Ognissanti seguita dalla commemorazione dei defunti date che ci inducono a pensare alla morte, evento poco piacevole che fa parte della vita perché la conclude.  Veglie, funerali, lutti, una triste realtà oggi vissuta con compostezza, ma una volta erano momenti carichi di usanze e tradizioni cariche di una ritualità antica che si perde nei costumi  della Magna grecia e degli antichi romani. 
Ha origine dal moroloi (μοιρολόι) il canto funebre greco, l’usanza, praticata fino a non molto tempo fa,  che durante la veglia funebre imponeva di piangere, lamentarsi, disperarsi, accompagnando il tutto con gesti  concitati, dando vita ad una teatrale rappresentazione del dolore. 
Non a caso ho usato l’aggettivo “teatrale” - perchè l’arte di “saper piangere “ i morti, ereditata dai nostri antenati,  non era  concessa a tutti,  per questo  la gente cominciò a chiamare “le chiangiamuerte ” … ossia  le prefiche,  donne che, vestite con abiti scuri e coperte in viso con un velo nero , si recavano a casa del  defunto col il triste compito di piangerlo e di cantarne le virtù.  Le prefiche prezzolate parlavano in nome dei parenti intimi e rievocavano i fatti più salienti o più commoventi della vita del defunto. 
In questa professione si distinsero le donne calabresi  che, segnate dalle frequenti tragedie in mare e dalle morti di lupara, fin da piccole piangevano padri, fratelli e poi mariti e figli,  portando un lutto che le tingeva di nero accompagnandole sino alla tomba.  A volte rimaste sole si allontanavano dalla Calabria, dalla terra che le aveva tolto insieme ai loro cari, anche la fede. Giravano alla ricerca di poter piangere un morto, perché in questo modo sfogavano il loro dolore.  Queste donne che vestite di nero elemosinavano dolore per poter sfogare le lacrime in cui annegava il loro cuore venivano chiamate “mamme calabresi”, e così facendo, dettero vita ad una vera e propria professione che nel Medioevo anche la Chiesa con un mandato ufficiale che "legalizzava" il loro operato, riconobbe e ne sancì il pagamento. Anche a Taranto fu praticata questa professione. Vico Pentite prende nome dal fatto che proprio in questo vicolo esisteva il Conservatorio delle Pentite, rifugio per povere donne rimaste sole e per “le pentite” (donne che avevano fatto vita da strada, e che per “raggiunti limiti di età” si ritiravano in questo luogo). Queste donne vivevano di carità e molte di loro facevano le prefiche. Il lutto era molto sentito e non ammetteva deroghe. Per rispetto del defunto, la tradizione impediva che per almeno una settimana si svolgessero le attività quotidiane. Il divieto di accendere il fuoco, imponeva il digiuno che poteva essere interrotto solo dal cibo portato da fuori, da parenti e amici del defunto, un vero e proprio pranzo consolatorio che veniva chiamato "U' cùnzele".  I cùnsoli erano simili a conviti nuziali ed offrivano una delle rare occasioni in cui si cucinava la carne bollita con àccio (sedano), pùtresine (prezzemolo), alàure e cìpodde (alloro e cipolla). Il  piatto principe era "brode' de jaddina" (brodo di gallina). Nella società contadina l'uso della carne era limitato a poche occasioni, e quasi sempre si utilizzava la gallina, che veniva ammazzata solo se aveva scovato (non produceva più uova). Oltre al brodo, facevano parte del "cùnzele" anche fritture di pesce ( le famose sarde spinate e fritte), ma anche uova (l’ove a priatorie) , formaggi, taralli, vino e come dolce "le fresellìne" - biscotti semplici fatti con uova, zucchero e farina - ottimi la mattina inzuppati nel latte. Il  banchetto funebre aveva in sé un forte valore propiziatorio, che andava ben oltre il fatto alimentare. Mangiare in compagnia era segno di superamento del lutto, durante i cùnzoli non mancavano risate e canti, considerati come la volontà disperata di far trionfare la vita sulla morte. Si mangiava e si beveva del vino alzando il bicchiere dicendo:< Salute a nùje e  Paradìse a idde !>    (salute a noi, e Paradiso a Lui - riferiti al defunto)
E in tutto questo non vi era nulla di contraddittorio. Il banchetto funebre esigeva alcune regole:
- niente di ciò che avanzava doveva tornare indietro, poichè si credeva che col cibo si sarebbe portato fuori anche il dolore;
- le stoviglie non dovevano essere lavate a casa del defunto, poichè le attività domestiche avrebbero impedito al defunto di trovare il giusto riposo, e ai sopravvissuti di trovare la rassegnazione. 

Simile al brindisi consolatorio, il saluto: "Pace a nuje e Paradìse a Vujie" (Pace a Noi e Paradiso a Voi ) - che entrando nel cimitero si rivolge ai defunti che nei primi giorni di Novembre è usanza commemorare. Oggi la buona creanza vuole la visita al cimitero, un fiore e una preghiera a testimonianza del perpetuo ricordo.  Ma prima c’era dell’altro…
La tradizione di “Ognissanti” prevedeva la preparazione di un pasto frugale a base di ceci, fave, castagne e lupini, da lasciare sulla tavola la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, notte magica durante la quale si credeva che i parenti defunti potessero tornare brevemente nelle loro dimore.Usanza pagana ammantata da un forte spirito religioso e ricca di significati simbolici:
I ceci – “detti la carne dei poveri” - Cibo dei contadini che quando parlavano di “brodo” intendevano minestra di ceci, perché il brodo di carne (in genere di gallina) era riservato solo ai malati alle partorienti o per ‘u cunsele per i parenti dei defunti.
La similitudine del brodo di ceci col brodo di carne è dovuta al fatto che i ceci sono l’unico legume che cucinato da un brodo consistente, che quando si raffredda  “quagghia” (si addensa) proprio come il brodo di carne.
I ceci erano popolarissimi anche nell’antica Grecia, in quanto il loro prezzo di mercato era molto basso e quindi accessibili a tutti, venivano consumati abbrustoliti, come saporito passatempo, nei teatri e nelle agorà. 
- le fave – Uno degli alimenti più antichi dell’umanità,  essendo buone anche crude, si pensa che siano state il primo legume che l’uomo abbia mangiato. Avendo la buccia bianca e nera nell’antica Grecia le fave erano usate durante le votazioni: le bianche per dare voto positivo, le nere, negativo.
Anche il fiore della pianta delle fave è bianco  con macchie nere che gli antichi greci volevano disposte in modo da formare la lettera “tau”  iniziale della parola “tanatos” ossia morte – da cui la credenza che le fave fossero il cibo dei morti e perciò sempre presenti nelle cerimonie funebri di greci, egiziani e romani.
La gente credeva che i semi delle fave nere assumessero quella colorazione perché contenevano le lacrime dei defunti.
Mangiare fave costituiva una sorta di comunione tra vivi e defunti, uno scambio tra mondo terreno e l’aldilà..
- i lupini -  comparivano sulle tavole dei contadini anche nell’antica Grecia, dove vi era l’usanza nell’ultimo giorno del mese, delle “cene di Ecate”,  durante le quali si usava mangiare lupini cotti e salati, per ingraziarsi Ecate, dea dell’Oltretomba e allontanare dalle case i fantasmi.
- le castagne –  anche loro un cibo povero che abbonda proprio in questo periodo.
… ma fave, ceci, lupini, castagne … sono tutti frutti che nascono avvolti in un baccello, guscio o involucro, che nella simbologia popolare viene paragonato ad un sepolcro,  che si schiude per regalare i  frutti, rinnovando così il ciclo perenne di vita,  morte e rinascita.
La mattina del 1° novembre, si trovava sulla tavola lasciata imbandita un cartoccio con dolcetti che i parenti defunti portavano per ringraziare dell’accoglienza ricevuta e per essersi ricordati di loro: 
- le “fave duce” (fave dei morti) -  dolci semplici a base di pasta di mandorla, dalla forma schiacciata a forma di fave –
“le discete de l’Apostele” – altro dolce simile ad un cannolo di pasta di mandorla, ripieno di marmellata.
L'origine di questi dolci è antichissima e legata alla morte.
Per la loro fragranza e dolcezza erano dolci portati come viatico ai moribondi, come ultima dolcezza terrena; e costituivano i dolci tipici di “’u cunzele”  che si portava ai parenti del defunto dopo il funerale per addolcire il dolore per la perdita subita. Sono così buoni che riescono a mitigare la tristezza dell’evento e a ricordare i momenti dolci passati con coloro che ci hanno lasciato.

E per finire alcuni proverbi in tema:
parlando di cene per i defunti, cunsele e dolci per i morti….
mmar ’a ci more, ca ci reste s’a ‘ggiuste a minestre… (povero chi muore che chi resta se l’aggiusta la minestra - chi muore giace e chi vive si da pace)
Perché a volte …
Ci une no more l’otre no campano (se uno non muore gli altri non campano-Mors tua vita mea )

ma...  
A murè e a pajà stè sempre tiempe (a morire e a pagare c'è sempre tempo)
e capita di sentire ... 
Penz'a' murè ca' stè ci ti prèche (pensa a morire che c'è chi ti seppellisce)
Ma è pur vero che … 
Fin’a ‘u chiavute se po’ gridà sempre “aiute!” (finchè non arriva la bara si può sempre sperare di sopravvivere – solo alla morte non c’è rimedio).

 E con tutto questo, noi festeggiamo Halloween!?!

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